Il Coronavirus non guarda in faccia a nessuno, anche a chi è sempre stato uno sportivo, un atleta a 360 gradi che aveva sempre goduto di ottima salute. È la storia di Antonello Bianco, morto nei giorni scorsi all’ospedale di Pescara all’età di 58 anni, dopo 19 giorni di ricovero in terapia intensiva.

A raccontare il dramma vissuto da Antonello è la figlia Erica, che non manca di denunciare in un lungo sfogo i ritardi nei tamponi e il trattamento di ‘poco riguardo’ subito in ospedale dal padre.

“Una storia come tante, troppe, ci capita di ascoltare in questo maledetto periodo – è l’inizio del racconto della figlia – Una storia che probabilmente non leggerete, ma che in quanto figlia, in quanto donna, in quanto cittadina ho il dovere di scrivere. Perché si può morire a 58 anni. Si può morire a 30, 20, persino a 10 anni. Si può morire a qualsiasi età. Ma non nel posto dove ci si dovrebbe sentire più al sicuro. Dove si dovrebbe essere curati. Mio padre si è ammalato il 10 marzo. Era stato in Trentino e nelle Marche, era un rappresentante e girava gran parte dell’Italia. Così ai primi sintomi di febbre alta e qualche colpo di tosse ci siamo subito allarmati. Ma “prendi la tachipirina e non uscire di casa”. Questa frase l’avremmo sentita ripetere un centinaio di volte, a cominciare dal medico di base, passando per la guardia medica, al 118, dopo interminabili attese al telefono, dove se ti andava bene e non trovavi occupato ti passavano un altro numero da chiamare. “Cazzo papà ma perché non ti fanno il tampone? Sono passati 7 giorni, la febbre non scende né con la tachipirina né con l’antibiotico” “Il tampone non vogliono farmelo, dicono che i sintomi non sono gravi. Stai tranquilla, sarà davvero solo influenza” Eh si perché non era né un calciatore, né un parente di un calciatore (….) quindi il tampone per lui non c’era e alla fine lo stavano convincendo che fosse davvero soltanto influenza. La centralinista del 118 ha detto che 2 persone su 5 ce l’hanno. E poi sta bene, dice lei, lo sente dalla voce, non lo sente tossire. La voce che sento io invece è affannata, affaticata, spaventata”.

Si passa al 17 marzo quando Antonello “ha una crisi respiratoria”. “Arriva il 118 – continua la figlia – Ora possono venire a prenderlo per fare il tampone, ora che non respira e molto probabilmente i suoi polmoni sono già compromessi. Dopo lo spavento iniziale tiriamo un sospiro di sollievo. Era in ospedale (a Pescara) finalmente sarebbe stato curato. “Li sei al sicuro” gli scrive la mamma! Al pronto soccorso fanno tac ai polmoni e tampone. I risultati della tac parlano di polmonite interstiziale. Viene trasferito in pneumologia e trattato come paziente covid. O meglio, accantonato, come paziente covid. Respira attraverso una mascherina d’ossigeno. Accanto a lui c’è un vecchietto, tossisce di continuo e anche lui fa molta fatica a respirare. Le infermiere appoggiano sul letto di papà un indumento del vecchietto. Papà è sgomento. “Tant li ti pur tu” [tanto ce l’hai pure tu (il virus)] sentenzia l’infermiera. Si, era vero, il virus ce l’aveva anche lui, il giorno dopo arrivò l’esito del tampone, ma il tatto, l’umanità, quell’infermiera no, non ce l’aveva. Passano due giorni, non vede più né medici né infermieri”.

La situazione però non migliora anzi. “La mattina del terzo giorno vengo svegliata dalla voce concitata della mamma, il mio papà le stava chiedendo di aiutarlo perché era all’abbandono e la mascherina d’ossigeno non gli bastava per respirare – denuncia Erica – “Sto morendo, non riesco a respirare”. Mamma gli dice di tenere duro, di non mollare… gli dice che ci siamo noi a casa, che non può abbandonarci. Chiude il telefono e chiama una persona importante in città…affinché qualcuno dell’ospedale provvedesse a controllare le sue condizioni. Che paradosso, lui dall’ospedale chiedeva aiuto alla mia mamma! Solo allora qualcuno va da lui. Le sue condizioni erano critiche. Viene spostato in terapia intensiva. Ci rimane per 19 giorni in terapia intensiva. Nonostante gli viene un infezione ai reni, nonostante la dialisi, nonostante due arresti cardiaci, lui non molla. “Sei una cazzo di roccia papà” mi ripetevo orgogliosa, fiduciosa. E c’ho creduto, c’ho creduto con tutta me stessa che alla fine, da quell’inferno, lui ne sarebbe uscito. Ma così non è stato, o meglio, ne è uscito, si, ma in una bara.  Vi risparmio la parte dove ti racconto dell’ulteriore strazio nell’immaginarlo morire da solo, senza poter intrecciare le mie dita nelle sue, senza poterlo salutare, senza poter celebrare il funerale”.

Il lungo sfogo si conclude con la “consapevolezza” che, sottolinea la figlia di Antonello, “se i soccorsi fossero stati più tempestivi, se in ospedale gli avessero prestato sin dall’inizio le cure necessarie, molto probabilmente, si sarebbe potuto salvare. Dico questo perché ci è stato detto che le sue condizioni all’arrivo in terapia intensiva erano gravissime. Allora perché non lo hanno portato da subito li ? Ci si deve raccomandare anche per non morire?  Una storia come tante, troppe in questo periodo, ma dovevo raccontarla, dovevo dare voce al mio papà. La stessa voce che non hanno ascoltato quando chiedeva aiuto, mentre attaccato a una mascherina che emanava un tanfo terribile non riusciva a respirare. Spero che questa volta la sua voce verrà ascoltata. Lui si chiamava Antonello Bianco, aveva 58 anni, era sano, sportivo, era bello. Non aveva patologie pregresse”.