“Subito dopo la pubblicazione di questo comunicato porrò in essere la mia autochiria, ancor più definibile come la mia libera morte”. È così che Cloe Bianco, ex docente ha annunciato il suo suicidio. Lo ha scritto sul suo blog e poi ha dato fuoco alla sua “casa a quattro ruote”, come chiamava il camper dove viveva. Il cadavere carbonizzato è stato ritrovato sabato 11 giugno alle 6.30 del mattino in un furgone che lei, originaria di Marcon (Venezia) usava come casa mobile. E parcheggiato a lato della strada regionale tra Auronzo e Misurina, in località Somprade. Quello di Cloe è un dramma della solitudine e dell’incomprensione, condiviso ancora da troppe persone. Cloe, transgender, da anni viveva ai margini, era stata allontanata dall’insegnamento, relegata al lavoro di segreteria, un buon lavoro ma che non era il suo. Quasi come se fosse una punizione per quella decisione, certamente difficile, di presentarsi anche a scuola per quella che era veramente: non più il professore Luca Bianco ma la professoressa Cloe Bianco.

“In quest’ultimo giorno ho festeggiato con un pasto sfizioso e ottimi nettari di Bacco, gustando per l’ultima volta vini e cibi che mi piacciono – ha continuato Cloe nell’ultimo post sul blog dove si raccontava – Questa semplice festa della fine della mia vita è stata accompagnata dall’ascolto di buona musica nella mia piccola casa con le ruote, dove ora rimarrò. Ciò è il modo più aulico per vivere al meglio la mia vita e concluderla con lo stesso stile. Qui finisce tutto”. Contestualmente ha pubblicato il suo testamento biologico, e quello olografo (scritto a mano). Una storia di solitudine, quella di Cloe, che nessuno ha saputo intercettare e risolvere. Un dramma comune a tante persone che lo Stato stenta a tutelare.

Una storia che comincia nel 2015, nel giorno in cui Luca Bianco, insegnante di laboratorio, si presenta ai suoi studenti vestito da donna e dice: “Buongiorno a tutti, da oggi sono Cloe”. Sette anni dopo sul blog Cloe scriveva: “Il possibile d’una donna brutta è talmente stringente da far mancare il fiato, da togliere quasi tutta la vitalità. Si tratta d’esistere sempre sommessamente, nella penombra. In punta di piedi, sempre ai bordi della periferia sociale, dov’è difficile guardare in faccia la realtà. Io sono brutta, decisamente brutta, sono una donna transgener. Sono un’offesa al mio genere, un’offesa al genere femminile. Non faccio neppure pietà, neppure questo”.

La difficile decisione di Cloe le era costata prima la sospensione dal lavoro di tre giorni, poi l’allontanamento definitivo dall’insegnamento. Per lei, da quel momento in poi, solo posti di lavoro nelle segreterie di vari istituti della provincia veneziana. Sul blog e in un libro scritto di suo pugno dava sfogo alle sue inquietudini, denunciava i “tentativi di annientamento”, la sofferenza che sentiva causata da chi la circondava e non accettava la sua scelta. “Essere una persona fuori dai canoni diffusi, dai modi comuni del vivere, ossia fuori da quello ch’è ritenuto giusto in una data società in uno specifico periodo temporale — scriveva — vuol dire incarnare ciò che non si deve essere, con le fin troppo ovvie conseguenze di rifiuto date dalle scelte ritenute, dalle altrui persone, scandalose, inaccettabili, non condivisibili”.

Una sofferenza che viveva pur descrivendo se stessa come una “persona transgenere che ha un’indiscussa considerazione positiva per la transgenerità autodeterminata e depatologizzata, per cui ha un indiscusso amore per questa sua caratteristica”. “La transfobia uccide in molti modi diversi, anche indirettamente — dice Chiara Cuccheri, presidente dell’Arcigay di Padova – ciò che è successo a Cloe Bianco ci lascia sconvolti e amareggiati. Lo stress di minoranza che colpisce la comunità LGBTQIA+ purtroppo porta a questi casi estremi, ci stringiamo attorno ai familiari e amici che l’avevano persa di vista. Vogliamo ribadire — continua Cuccheri — a tutte le persone in difficoltà che noi ci siamo, non siete sole e soli, siamo una comunità, diventiamo spesso una famiglia. Ci siamo con i nostri eventi, il Padova Pride, il Centro antidiscriminazioni Spolato, con la nuova casa rifugio di Padova. Quando la società ci relega ai margini, cerchiamo insieme modi per emergere”.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.