Trent’anni di rissa sulla giustizia hanno disegnato una mappa piuttosto chiara del disinteresse per i diritti individuali: è diffuso a destra e a manca, ma le cause che lo determinano da una parte e dall’altra sono diverse e diverso è il modo in cui esso si manifesta in un caso e nell’altro. Il giustizialismo di sinistra, diciamo, è più equanime: reclama manette per tutti e il carcere, secondo quell’impostazione, è uno strumento di correzione delle ingiustizie sociali, un modo per rimettere in riga le aberrazioni della morale nella società libera. Fa abbastanza schifo, ma una specie di orrenda giustizia in quell’impostazione c’è innegabilmente.

A destra, almeno da un quarto di secolo, non funziona così. A destra, pressappoco, il criterio è che in linea di principio bisogna buttare via la chiave, mentre l’esigenza garantista e il fervore che la invoca si regionalizzano senza spingersi oltre il confine di Arcore: con la giustizia che è buona, o in ogni caso poco allarmante, quando si occupa di negri e drogati, mentre è cattivissima e suscita la rivolta delle coscienze liberali quando si intrufola nei possedimenti berlusconiani o comunque nella vita della gente “perbene”, che solitamente sono gli amici stretti o quelli col portafoglio ricco e molto spesso le due cose insieme. Poi hai voglia di contestare il giudice forcaiolo o il giornalista che gli regge il microfono quando dicono che a destra il garantismo è farlocco: è spesso vero, purtroppo, e i pochi che seriamente lavorano per i diritti delle persone dovrebbero riconoscere che il degrado della giustizia italiana trova causa a destra non meno che a sinistra, con la destra forse anche più colpevole perché durante un trentennio ha razzolato molto male dietro lo schermo di una predicazione garantista parecchio improbabile.

L’editorialismo fascistoide che scopre la prepotenza della magistratura perché pizzica il “galantuomo” può essere tollerato se traccia un corso nuovo che parte da quel caso per denunciare l’ingiustizia comune: non quando si biforca come abbiamo visto, contestando la giustizia che fa le pulci a quello là mentre lascia che si incattivisca contro chi non ha mezzo parlamento adunato a difesa d’ufficio. E così, per stare in tema, il voto parlamentare posto a certificazione dei rapporti di parentela di una figliola con un autocrate africano potrebbe anche essere un buon prezzo da pagare se si trattasse di un episodio magari imbarazzante ma comunque parte di una vicenda riformatrice nell’interesse della giustizia di tutti: non quando chiude una stagione politica in cui l’inciviltà del carcere coincideva con il pericolo che ci finisse il capo del centrodestra o al più qualche plenipotenziario, e altrimenti chissenefrega.

La realtà è che la storia del populismo giudiziario italiano non è stata fatta dalle toghe rosse, e a spiegarne il trionfo non c’è solo il tiro mancino della parte politica che ha creduto, sbagliando, di avvantaggiarsene: c’è anche il maldestro e ipocrita comportamento della controparte che, sbagliando anche più gravemente, ha creduto di sottrarvisi. Nei due casi, con i diritti dei cittadini lasciati da parte.