Molto è stato detto e scritto sull’Europa negli ultimi anni. Opinionisti, leader di partito, governanti, economisti, si sono affannati al capezzale della morente Europa, chi per cercare di rianimarla, chi per tentare di sopprimerla definitivamente. Aggiungo al lungo dibattito qualche spunto, sperando di contribuire ad una visione più equilibrata di un problema complesso, che non può essere trattato con semplici tweet.

L’Europa, terreno di costante scontro politico

Per anni, le campagne elettorali in Europa hanno visto l’immigrazione al centro del dibattito. L’emergenza Covid-19 ha improvvisamente cambiato le priorità dei cittadini, quindi nelle agende politiche di partiti e governi, mettendo prepotentemente al primo posto la salute personale. Risvegliati dal torpore, abbiamo finalmente capito che quello dell’immigrazione era un non-problema, una bandiera sventolata per pure esigenze di propaganda populista. Ma, nonostante questo cambio di priorità, il terreno di scontro resta ancora una volta l’Europa. Prima, incapace di solidarietà nella gestione e ridistribuzione degli immigrati, oggi poco propensa a stanziare risorse straordinarie a sostegno delle economie più fragili, alle prese con una crisi mai vista prima. Ma se, finora, erano le istituzioni comunitarie ad essere messe sotto accusa, ora è chiaro che la vera debolezza dell’Europa sta nei nazionalismi, di destra o di sinistra, che manifestano gli egoismi dei popoli. Lo stesso presidente Mattarella, nel suo lucido intervento del 27 marzo scorso, ha sottolineato come Parlamento Europeo, Commissione e Banca Centrale abbiano fatto tutto, e forse più di quanto le competenze loro attribuite consentissero, mentre gli Stati nazionali hanno fatto prevalere i propri interessi particolari su quello della costruzione comunitaria. Insomma, il vizio di additare l’Europa come l’origine di tutti i mali è ancora vivo nelle forze populiste, ma la strumentalizzazione comincia a diventare più evidente.

Sovranità e sovranismi

Per comprendere meglio il quadro, conviene riandare a quanto accadde dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando vincitori e vinti ebbero il coraggio di sedere allo stesso tavolo per ricostruire il mondo ed eliminare lo spettro delle guerre. Da questo primo, virtuoso esempio di globalizzazione nacque l’intuizione dei Padri fondatori dell’Europa, che compresero come il continente si sarebbe salvato solo se unito. Si è molto spesso evocato il condono del debito della Germania, sottolineando come sia proprio questo Paese, oggi, ad opporsi a qualsiasi forma di solidarietà verso i più deboli. In realtà, questo è solo un pezzo della verità. Quello di cui furono capaci i padri dell’Europa fu molto più di un gesto di estrema generosità nei confronti dei vinti: fu il coraggio di progettare una costruzione basata sulla cessione di sovranità dei singoli Stati, necessaria per costruire una sovranità più alta.

Oggi la sovranità è sacrificata ai sovranismi che, come molti “ismi”, rappresentano una visione parziale, e perciò distorta, del reale. Chi ha paura del completamento del processo di unione politica dell’Europa sono proprio gli establishment politici e gli apparati burocratici nazionali, soprattutto quelli di stampo apertamente populista. Infatti, con la cessione di sovranità avverrebbe anche la cessione delle pulsioni egoistiche che hanno garantito fino a qui il successo ai Salvini, alle Meloni, agli Orban e a tanti altri leader in Europa.

E’ emblematico, in Italia, l’esempio della Lega. Essa rappresenta l’elettorato moderato che fu di Berlusconi, orfano di una vera proposta politica. Al suo interno, le tensioni tra l’anima antieuropeista dei Borghi e quella filo-europea e atlantista di Giorgetti si scontrano, anche se la natura stalinista del partito (probabilmente l’ultimo vero partito comunista esistente al mondo) impedisce che esse emergano all’esterno. La posta in gioco non è più solo il controllo dei voti, è in atto uno scontro culturale vero e proprio sulla linea politica e sulla collocazione in Europa del partito che, avendo il secondo più grande gruppo all’Europarlamento, è escluso da tutti i giochi, essendosi consegnato sciaguratamente alla Le Pen, anziché votare, come il furbo Grillo impose al M5S, la Von der Leyen come Presidente della Commissione. Un errore tattico imperdonabile, che Bossi non avrebbe permesso.

Francia, Germania o Berlino-Parigi-Roma?

La lucida visione di Giorgetti è improntata a un sano realismo, che parte dal Nord, ma che è altrettanto valido per il resto del Paese. Gli imprenditori lombardi e veneti, abituati a lavorare con la Germania, sanno bene che bisognerebbe imitare i modelli migliori, piuttosto che combatterli o tentare di screditarli. I Tedeschi sono i migliori, perché sull’Europa hanno investito da sempre, mentre i nostri governi, di destra, centro o sinistra, non ci hanno mai creduto veramente (su questo ci sarebbe da scrivere un libro, in un prossimo articolo mi permetterò di citare alcuni esempi). Non possiamo dimenticare che i Tedeschi ebbero il coraggio dell’unificazione delle due Germanie e della nascita dell’euro, capolavori del cancelliere Kohl. Per l’Italia, oggi è meglio smettere di demonizzare la Merkel e cercare invece un accordo con lei, piuttosto che sperare che l’ondivaga e ultranazionalista Francia possa farci da avvocato difensore. Non ho nulla contro Macron, capace sempre di massimizzare il proprio utile, ma, in una scelta di campo tra Berlino e Parigi non ho dubbi nello scegliere la capitale tedesca. Con un appunto: quando avremo un Governo capace di sfruttare la Brexit per ricostituire l’asse Berlino-Parigi-Roma, cioè quello dei Padri fondatori: Adenauer-Schuman-De Gasperi? Oggi c’è all’orizzonte solo un uomo che lo potrebbe consentire. Si chiama Mario Draghi.

Quali modelli di governo in UE e per l’UE?

Il riferimento alla Germania non può non evocare una seria e radicale riflessione sui modelli di governo in Europa e per l’Unione. La Germania è determinante in Europa: non è un caso che essa sia lo stato più completamente federale del continente. Oggi dobbiamo tutti recuperare uno spirito autenticamente federale, se vogliamo realizzare un modello che, rispettando le autonomie locali, metta sempre e comunque in primo piano l’interesse globale.

Anche in Italia, il regionalismo deve evolvere verso un modello federale compiuto, in un assetto istituzionale che va necessariamente rivisto. La pessima riforma che introdusse nel titolo V della Costituzione le competenze concorrenti tra Stato e Regioni ha creato un costante contenzioso tra i due principali livelli di governo, favorendo contraddizioni e inefficienze che oggi, alla luce del dramma della pandemia, esplodono con evidenza, fornendo anche al governo nazionale un facile pretesto per coprire la propria inefficienza.  Nella discussione della – ahimè fallita – riforma costituzionale di Renzi, proposi, provocatoriamente un emendamento per l’istituzione di cinque macroregioni, delimitate dai confini delle attuali circoscrizioni elettorali del Parlamento Europeo. Quell’emendamento, che non fu neppure preso in considerazione, aveva lo scopo di innescare una riflessione sulla necessità di un regionalismo equilibrato e compiuto e con competenze chiare e ben definite. Non si tratta di “ammazzare” le regioni, ma di metterle in grado di funzionale, e non è giustificabile nessun rigurgito centralista, in un mondo nel quale le istanze locali e le spinte autonomiste sono sempre più forti e per le quali la risposta federale è l’unica possibile. Perché la Germania funziona? Perché gli USA funzionano? Perché il centralismo spagnolo non riesce, invece, a controllare quanto accade nei Paesi Baschi o in Catalogna? Perché l’altrettanto centralista Regno (dis-)Unito non sa gestire la Scozia e l’Irlanda del Nord? Perché lo stesso Xi-Jinping è messo in crisi dalla piccola Hong Kong? E potremmo citare molti altri esempi.

Anche la stessa Unione Europea deve evolvere verso un modello federale, se vuole passare dal rappresentare una sommatoria di interessi particolari – e perciò troppo spesso contrapposti – agli Stati Uniti d’Europa. A partire dallo spinoso tema della difesa comune perché, come Alcide De Gasperi aveva ben chiaro quando propose la Comunità Europea della Difesa, poi bocciata, guarda caso, per l’opposizione francese, accettare di avere confini comuni da difendere significa pensare che quello che sta dentro quei confini comuni è una cosa sola, una comunità di Popoli e non una sommatoria di egoismi. Questa è l’unione politica alla quale l’Europa deve aspirare.

Europa e COVID-19: la fine o un nuovo inizio?

Dalla sfida della pandemia l’Europa uscirà rafforzata o distrutta? Questa è la vera domanda, e se ne sono rese conto subito le istituzioni comunitarie, Parlamento, Commissione e Banca Centrale. Se oggi siamo arrivati alla proposta dell’asse Berlino-Parigi (ancora una volta, che rimpianto che Roma non sia a quel tavolo solo per propria inettitudine) di un Recovery Fund da 500 miliardi, una mossa che fino a qualche settimana fa ben pochi si aspettavano, significa che il realismo sta cominciando a prevalere.  Si tratta di una decisione che finalmente evoca, come suggerisce acutamente Manfred Weber, lo spirito dei Padri Fondatori. E, ancora una volta, Ursula Von del Leyen rilancia subito a 1000 miliardi, dimostrando innegabile coraggio e determinazione. Sono decisioni che disegnano finalmente un panorama destinato – lo spero vivamente – a non dare più spazio a nazionalismi e populismi, togliendo finalmente la benzina che ne alimenta il motore.

Le responsabilità storiche dell’Europa

L’Europa, con tutti i suoi limiti, è ancora uno dei pochi esempi di grandi istituzioni multilaterali credibili. La globalizzazione del virus, che già aveva colpito internet e oggi colpisce, in modo ben più drammatico, la nostra salute personale, ripropone in modo forte una scelta di campo, tra il multilateralismo, inventato dopo la fine della Seconda guerra mondiale per porre fine ai grandi conflitti, e il ritorno ai modelli bilaterali voluti da Putin, Xi-Jinping, oggi anche da Trump. Il tavolo al quale tutti, anche i più deboli, possono – faticosamente – far sentire la loro voce o un mondo nel quale il pesce grosso mangia il piccolo, il potere è nelle mani dell’uomo forte, la guerra, fisica, batteriologica, economica, sociale è dietro ogni svolta della storia (ricordate la terza guerra mondiale a pezzi di Papa Francesco?).

Sono sempre stato profondamente ottimista e sono certo che l’Europa non potrà che essere rafforzata dalla comune sfida al coronavirus. Anche se le nostre comuni radici giudaico cristiane, ben chiare nella testa e nel cuore di De Gasperi, Adenauer e Schuman, sono state colpevolmente ignorate nella scrittura della costituzione europea, resta il fatto che esse, integrate dalle tradizioni liberali e socialiste, hanno plasmato quel modello di economia sociale di mercato che si pone esattamente a metà strada tra l’individualismo liberista americano e il collettivismo statalista cinese (e, ahimè, russo). Difendere questo modello significa difendere, nel mondo intero, la libertà e la democrazia. Quella democrazia che, come disse Churchill nel lontano 1947, è il peggior modello di governo, eccezion fatta per tutte le forme sperimentate finora. Questa è oggi la responsabilità storica dell’Europa, il compito che solo il vecchio continente può svolgere nel mondo.

La costruzione dell’Europa è un impegno quotidiano che spetta a ciascuno di noi e che oggi appare più possibile.  Il Covid-19 ha chiarito a tutti che servono competenza e non approssimazione, impegno e non propaganda, politici seri e non l’ignoranza al potere, lo sforzo di stare insieme e non l’egoismo dei singoli e dei popoli.

Negli ultimi anni, avevo spesso detto a me stesso e a pochi amici che, per ricondurre alla ragione il mondo, sarebbe servita un’altra guerra mondiale. E’ successo un fatto molto peggiore, è accaduto che la sicurezza di ogni uomo sulla Terra è stata messa a repentaglio da un nemico invisibile e sconosciuto. Il coronavirus ha avuto sul mondo l’effetto psicologico che l’attacco alle Torri Gemelle aveva avuto quasi vent’anni fa sul popolo americano, che aveva visto, per la prima volta, la propria sicurezza messa improvvisamente in discussione. Il coronavirus è stato l’undici settembre del mondo.

Vent’anni fa fu compito degli Americani ricostruire la propria fiducia nel futuro. Oggi, sta a noi non sprecare l’occasione positiva che, come a partire da ogni grande crisi, ci è posta davanti.

Paolo Alli

Presidente, Alternativa Popolare

Ex Presidente dell’Assemblea Parlamentare NATO
Membro del Board, Fondazione Alcide De Gasperi, Rome
Non-resident Senior Fellow – Atlantic Council, Washington D.C., USA