Appalti, edilizia, servizi, green economy. Sono alcuni dei comparti che potrebbero beneficiare di occasioni di rilancio se si riuscisse a sbloccare la pubblica amministrazione, ad alleggerirla dal fardello di una burocrazia complicata e annodata, a incentivare i pubblici amministratori a uscire dalla palude che sembra essersi estesa negli ultimi anni. Per tanti motivi. Uno è il timore di finire coinvolti in indagini per un reato, l’abuso d’ufficio, indicato come una delle maggiori cause, forse anche l’alibi, della paralisi burocratica. Più volte oggetto di revisioni e rimaneggiamenti, il reato previsto e punito dall’articolo 323 del codice penale è l’incubo di molti sindaci, assessori, consiglieri e funzionari. In queste settimane si studia, in sede governativa, una proposta di riforma del reato di abuso d’ufficio.

L’obiettivo che è sul tavolo del Governo, in estrema sintesi, è quello di circoscrivere questa fattispecie di reato, limitandola alla sola violazione di specifiche regole di condotta, senza troppi margini di discrezionalità. Partiti e opinione pubblica sono divise su quale modifica sia giusto fare e sul dilemma se sia meglio abolire o riformare il reato. Tuttavia è indubbia la necessità di rivedere la responsabilità amministrativa e i confini, i margini, i poteri entro i quali un amministratore o un dirigente pubblico può e deve agire. Il terreno su cui ci si muove è un terreno pieno di cavilli e regolamenti, centinaia e centinaia di disposizioni attuative, un mare sconfinato di normative che nella teoria sembrano utili a regolare i dettagli di tutto ma nella pratica finiscono per regolare quasi nulla. Intervenire sulla responsabilità degli amministratori è uno degli step da percorrere. Ma non il solo. L’abuso d’ufficio è uno dei reati che rientrano nella sfera dei reati contro la pubblica amministrazione, una materia delicatissima su cui ha avuto un peso la discrezionalità lasciata ai magistrati con un conseguente sconfinamento dei pubblici ministeri in settori di appannaggio e discrezionalità della pubblica amministrazione.

Riformare la giustizia è dunque un altro step necessario. Occorre bilanciare la riforma della burocrazia con la riforma della giustizia, per evitare che le indagini avviate in tempi record si definiscano in tempi biblici, che la risposta arrivi dopo processi che durano anni, che la forbisce tra numero di inchieste e numero di sentenze sia enorme rivelando una sproporzione che finisce per pesare in termini di costi e di risorse. Spezzare il circolo vizioso che si è innescato, superare la paralisi burocratica degli ultimi anni, spronare gli amministratori ad assumere responsabilità e iniziative senza più alibi sono le condizioni da cui ripartire per affrontare seriamente e concretamente progetti di riforme, di sviluppo, di rilancio. Il Riformista ne ha discusso con Nello D’Auria, vicesindaco di Gragnano e segretario generale dell’Anci Campania, oltre che con Clemente Mastella, Vincenzo Figliolia e Vincenzo Cuomo, sindaci rispettivamente di Benevento, Pozzuoli e Portici.

“Governo e Parlamento ci mettano in condizione di lavorare”
Aniello D’Auria (Gragnano)

Come Anci Campania e amministratori di questa regione chiediamo di modificare il reato di abuso di ufficio. Non per un pregiudiziale capriccio garantista, ma perché i sindaci, soprattutto del Sud e della Campania, devono essere messi nella condizione di poter fare serenamente il loro lavoro. Non vogliamo salvacondotti, ma che paghi chi sbaglia per davvero, chi sbaglia per dolo. Il reato di abuso di ufficio prevede che, per configurarsi, ci debba essere la violazione di una legge o di un regolamento, ma per alcuni magistrati interviene anche per un’espressa violazione dell’articolo 97 della Costituzione, ossia del principio del buon andamento della pubblica amministrazione. È inaccettabile. Si rischia di creare una montagna di procedimenti e di gettare i sindaci in pasto a un’opinione pubblica arrabbiata. Al Governo e al Parlamento diciamo: siano chiari i comportamenti vietati, altrimenti rischiamo grosso soprattutto ora, durante la pandemia. Tanti sindaci della Campania, con i loro comportamenti in difesa dei cittadini, stanno rischiando di essere raggiunti da un’accusa di abuso d’ufficio con connessa responsabilità di fronte alla Corte dei Conti. Il risultato più evidente: molti amministratori e funzionari comunali non vogliono più mettere la firma sugli atti.

“Così è impossibile realizzare alcunchè”
Vincenzo Figliolia (Pozzuoli)

«Per chi vuole concretizzare e fare nella propria città, per un sindaco o un assessore, subire un’indagine per abuso d’ufficio è il rischio di tutte le mattine. È quindi opportuno che ci sia una rivisitazione di questo reato. Oggi i cittadini vogliono realizzare, vogliono vedere fatti e non si accontentano più delle parole, per cui per andare incontro alle esigenze delle proprie comunità c’è bisogno di avere coraggio, di rispettare sì la norma ma di decidere, pur nella consapevolezza che l’accusa di abuso di ufficio è dietro la porta. Eppure il sistema giudiziario ha tante forme di controllo sulla pubblica amministrazione, a partire dalla Corte dei Conti fino a quei reati penalmente rilevanti e specifici, come la concussione e la corruzione. Pertanto ritengo che l’abuso di ufficio vada rivisto, perché complica l’azione quotidiana degli amministratori. Sicuramente i controlli sull’operato degli amministratori pubblici vanno fatti, ma l’abuso di ufficio, per come è configurato, è una spada di Damocle sulla testa di chi si occupa di pubblica amministrazione. Occorre modificarlo soprattutto in un momento storico come questo, segnato dalla pandemia da Covid e da tutte le emergenze che molti enti pubblici sono chiamati ad affrontare».

“Cancellare quella norma dal codice penale senza esitazioni”
Clemente Mastella (Benevento)

«L’abuso di ufficio, nel modo con il quale è oggi regolato, è una cosa indegna. Colpisce amministratori e dirigenti locali e causa una paralisi perché i dirigenti sono spaventati e, quando arriva un avviso di garanzia, non firmano più. Molte volte basta una frase o un elemento per cui ci sarebbe un margine di discrezionalità a far scattare un avviso di garanzia: l’indagine intanto parte, poi si vede. Ma tutto questo frena la pubblica amministrazione e ferma le opere, soprattutto quelle grandi di cui abbiamo bisogno. È ovvio, quindi, che così non si può andare avanti. Questa è una vicenda tipicamente italiana, come tipicamente italiano è il fatto che si faccia una gara d’appalto, che la ditta che arriva seconda presenti ricorso al Tar e al Consiglio di Stato e che l’opera si fermi invece di proseguire nel suo iter: questo è il vero motivo del ritardo italiano. Intervenire sul reato di abuso d’ufficio non significa difendere chi fa cose che non sono legali, perché troppo spesso parliamo di persone che ricevono avvisi di garanzia pur operando nel perimetro della legalità. L’abuso d’ufficio è un reato barocco, fuori misura, fuori corso, ma che ha l’effetto di rallentare o sospendere l’esecuzione degli atti. Secondo me andrebbe abrogato una volta per tutte, ma purtroppo manca il coraggio di farlo».

“Troppe responsabilità sulle amministrazioni”
Vincenzo Cuomo (Portici)

«L’abuso di ufficio è un reato estremamente “abusato” dal punto di vista della patologia giudiziaria, anche vista la bassissima percentuale di sentenze che confermano le notizie di reato. Tutte le volte che non si intravede un reato specifico, si contesta genericamente l’abuso di ufficio ed ecco perché, in dibattimento, l’accusa crolla di fronte all’evidenza dei fatti. Ma quanto è corretto che un amministratore si adoperi in una selva di leggi e di norme per garantire servizi ai cittadini? E quante volte la soglia giudiziaria e giuridica del rispetto della legge determina un abuso o una omissione? Perché è come il gioco dei sinonimi e dei contrari: il contrario dell’abuso è l’omissione in atti di ufficio. Per me l’accusa di omissione è peggiore di quella di abuso d’ufficio. Bisognerebbe dare norme chiare ed evitare di scaricare sui sindaci responsabilità che spesso non competono a loro. Un esempio: i sindaci sono considerati autorità sanitaria locale, ma come può un’autorità sanitaria locale esercitare senza avere poteri gestionali nei confronti degli organi deputati a erogare servizi sanitari che sono le Asl? C’è un cortocircuito. Il problema sta nell’applicazione della norma».