Qual è la sorte dei processi? Quanti dei procedimenti con imputati sottoposti a misura cautelare arrivano a sentenza? E quanti a condanna definitiva, senza perdersi in rinvii e lungaggini che rendono i tempi della giustizia biblici invece che ragionevoli come prevede la legge?
Quando si parla di giustizia, provando ad andare oltre la cronaca dei singoli episodi e a ragionare sul sistema nel suo complesso per individuare proposte e superare criticità, ostacoli, intoppi, ritardi, disfunzioni – insomma tutto quello che ci fa dire sempre più spesso che la giustizia non funziona come dovrebbe – viene quasi naturale porsi domande sul futuro delle indagini, di quelle “maxi” con decine, se non addirittura centinaia, di indagati, o di quelle che finiscono giocoforza per condizionare l’andamento della vita pubblica, oltre che le vite private.

Le risposte non sempre arrivano facilmente, ma alcune sono contenute nel report che l’Ispettorato generale del Ministero della Giustizia ha stilato per una sorta di operazione trasparenza inaugurata appena lo scorso anno. Il documento mette insieme i numeri su errori giudiziari, procedimenti per il riconoscimento dell’ingiusta detenzione e statistiche relative all’applicazione delle misure cautelari nei vari distretti giudiziari italiani, analizzando i dati di 117 uffici gip e 116 settori dibattimentali, pari all’86% del totale. I numeri sono aggiornati al 31 marzo scorso e consentono di avere una fotografia attuale dello stato della giustizia sotto il profilo della quantità di misure cautelari applicate e di errori giudiziari commessi. I dati napoletani descrivono una realtà in cui il ricorso alle manette è diffuso, si fa un uso della carcerazione preventiva molto più ampio rispetto alla media nazionale.

Qual è, quindi, la sorte degli imputati detenuti a Napoli? Ebbene, nel 45% dei casi questi imputati sono sottoposti a carcerazione preventiva pur in assenza di una sentenza definitiva. E il garantismo? Sembra esistere di più in altre sedi giudiziarie visto che, come emerge dal report ministeriale, la media nazionale è del 34%. E poi c’è un 10% accertato di errori giudiziari commessi e già risarciti e un fiume di processi ancora in corso, i cui esiti potrebbero portare a nuove domande di risarcimento per ingiusta detenzione.

Nella relazione si evidenzia che gli uffici giudicanti penali di Napoli hanno applicato in un anno 4.316 misure cautelari e nel 51% dei casi si è trattato di misure in carcere. Delle 4.316 misure emesse nel 2019, inoltre, 3.356 (il 78%) attengono a procedimenti che sono stati iscritti nello stesso anno, mentre 707 sono le misure emesse in procedimenti iscritti in anni precedenti. Nel 10% dei casi i procedimenti sono sfociati in sentenze di assoluzione. E su un totale di 953 procedimenti conclusi con sentenza di condanna non definitiva, la custodia cautelare in carcere è stata applicata 431 volte, pari cioè al 45% dei casi, un dato che supera quello nazionale di più di dieci punti percentuali.

Assai ridotta è l’entità delle definizioni con condanna a pena sospesa: appena 29 casi su 431, nell’ambito di procedimenti in relazione ai quali era stata applicata la misura inframuraria. In 309 procedimenti poi, pari al 32% del totale, è stata applicata la misura degli arresti domiciliari. Non decolla invece il ricorso a misure alternative: l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria è stato applicato in 121 casi, pari a quasi il 13% del totale delle misure disposte in procedimenti definiti con condanna non definitiva.

Quanto alle sentenza passate in giudicato, su 1.316 procedimenti “cautelati” sono 161 quelli che hanno avuto come esito una condanna definitiva nell’anno 2019: corrispondono al 12% e anche in questo caso Napoli sembra seguire un binario diverso da quello nazionale, il cui dato raggiunge invece il 26%. E sul piano delle misure che limitano la libertà personale, la custodia in carcere, per le condanne definitive, risulta disposta in 37 casi su 161, pari al 23%, mentre la misura degli arresti domiciliari in 64 procedimenti, cioè nel 40% dei casi, seguita dall’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria in 42 procedimenti, e obbligo di dimora in soli 17 casi.