C’è una linea sempre più sottile tra informazione e delegittimazione. Quando viene superata, non siamo più nel diritto di cronaca ma nella violenza reputazionale. È quanto accade ancora una volta ai danni del Vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, finito nel tritacarne mediatico sulla base di elementi privi di qualsiasi rilevanza giudiziaria, mai tradotti in indagini, accuse o riscontri concreti. Un’intercettazione vecchia di anni, rimasta a lungo nei cassetti perché evidentemente irrilevante, diventa improvvisamente materia per costruire un racconto insinuante. È il meccanismo del “registro degli infangati”: non serve essere indagati o sospettati, basta essere nominati. E da lì parte un processo mediatico che non assolve mai e che spesso condanna senza appello.

Ma colpire Mulè oggi non è casuale. Si colpisce chi ha avuto il coraggio di esporsi davvero nella battaglia per una giustizia giusta. Durante la campagna referendaria è stato, senza esitazioni, il primo della classe, uno dei pochissimi a metterci la faccia quando molti altri sceglievano il silenzio o l’ambiguità. Ha rappresentato un punto di riferimento politico e mediatico, incarnando nei fatti quei valori garantisti che troppo spesso restano solo parole. Ed è proprio per questo che oggi viene preso di mira. Perché quando si emerge per coerenza e coraggio, si diventa bersaglio. Il prezzo della leadership, in un sistema che fatica ad accettare chi rompe gli equilibri, è spesso il fango. Ma sarebbe un errore pensare che tutto questo riguardi solo Giorgio Mulè. Quello che sta accadendo oggi a lui può accadere domani a chiunque: a un avvocato, a un magistrato, a un amministratore locale, a un cittadino qualsiasi. Soprattutto a chi, durante la campagna referendaria, ha avuto il coraggio di esporsi per il Sì, mettendoci nome, volto e credibilità. È un messaggio chiaro e inquietante: chi si espone paga.

La risposta non può essere il silenzio. Se c’è un momento in cui Forza Italia deve dimostrare la propria identità più profonda, è questo. Per storia e vocazione è il partito del garantismo, e oggi ha il dovere di tutelare e valorizzare uno dei suoi interpreti migliori. Difendere Giorgio Mulè non è solo un atto di solidarietà personale, ma una scelta politica chiara. Significa affermare che chi si espone e combatte non viene lasciato solo, ma rafforzato. Che il coraggio non si paga, si premia. Che chi guida una battaglia difficile merita fiducia e responsabilità ancora maggiori. Perché se passa il principio opposto, se chi viene colpito viene anche indebolito, allora vince il sistema che usa il fango come arma e perde la politica.

Esistono due Italie: una che vive di sospetti e una che difende i principi. Mulè ha scelto da che parte stare. E proprio per questo oggi deve essere non solo difeso, ma rafforzato. Perché la verità non si infanga. E chi prova a farlo, prima o poi, finisce per affogare nel pantano che ha costruito.