Le cause del cataclisma
Il mistero dello tsunami che il 25 novembre 1343 distrusse Napoli
Il 25 novembre 1343 il Golfo di Napoli fu sconvolto da uno dei fenomeni naturali più violenti e misteriosi della storia medievale italiana. Nel corso di una notte, apparentemente come tante, in città regnava la consueta agitazione della corte angioina. Ma nel giro di poche ore, il mare assunse un volto mai visto prima, cancellando navi, devastando porti e lasciando una traccia indelebile nella memoria dei contemporanei. Tra i testimoni oculari del disastro figura una delle voci più autorevoli del Trecento europeo: Francesco Petrarca. Il poeta, infatti, si trovava proprio a Napoli quella notte come ambasciatore di Papa Clemente VI e alloggiava nel convento di San Lorenzo Maggiore quando fu svegliato dal vento e da un’agitazione improvvisa del mare. Nelle sue Epistolae familiares descriverà un porto “colmo di rovine spaventose”, popolato da corpi e relitti trascinati dalle onde, uomini “scagliati contro gli scogli come uova fragili”, navi rovesciate come fossero giocattoli. È una delle più vivide testimonianze di un maremoto medievale in Europa.
Gli effetti dell’onda si fecero sentire ben oltre la città. Le cronache raccontano che gran parte della flotta napoletana fu distrutta e che la Costiera Amalfitana subì danni gravissimi, al punto da provocare un declino che gli storici indicano tra le concause dell’indebolimento dei traffici marittimi amalfitani già in difficoltà. Anche l’isola di Stromboli, molto più a sud, riportò danni tali da restare quasi spopolata: non un evento isolato, perché tra il 1343 e il 1500 si registrarono almeno altri due episodi simili. Per secoli la natura di quel disastro rimase avvolta nel mistero: tempesta marina? Maremoto? Conseguenza di un terremoto mai registrato? Solo negli ultimi anni la scienza ha offerto una risposta più chiara. Secondo uno studio pubblicato nel 2019 su Scientific Reports l’evento fu dovuto a una gigantesca frana sottomarina avvenuta lungo la Sciara del Fuoco, il grande pendio instabile sulla costa nord dell’isola di Stromboli. Un collasso stimato in oltre un chilometro cubo di materiale, probabilmente innescato da un’eruzione o da un terremoto, che avrebbe generato un’onda capace di attraversare il Tirreno e raggiungere le coste campane con forza distruttiva.
La conferma arriva anche dagli studi dell’INGV, che ha identificato tre grandi tsunami medievali legati allo Stromboli tra il XIV e il XV secolo. Quello del 1343 è il più antico e il meglio documentato, grazie appunto al racconto di Petrarca e alla corrispondenza delle fonti locali. Il quadro che emerge è quello di un Mediterraneo tutt’altro che “tranquillo”: un mare chiuso, sì, ma capace di generare onde anomale con dinamiche diverse rispetto a quelle dei grandi oceani, spesso legate a frane sottomarine più che a terremoti. Ricordare oggi la ricorrenza del 25 novembre 1343 non è solo un esercizio di pura memoria storica. È un modo per riportare al centro dell’attenzione la vulnerabilità delle nostre coste e la necessità di comprendere un territorio che da sempre vive in equilibrio tra meraviglia e rischio. Napoli, il Vesuvio, i Campi Flegrei e le isole vulcaniche del Tirreno sono parte di un unico sistema naturale di straordinaria complessità. L’antico maremoto raccontato da Petrarca è uno dei rari casi in cui la storia ci offre un resoconto diretto di ciò che può accadere quando quell’equilibrio si spezza. E a distanza di quasi sette secoli, mentre la scienza continua a studiare la dinamica dei vulcani e delle frane sottomarine, quella notte rimane un monito sorprendentemente moderno: il Mediterraneo non dimentica.
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