C’è un Veneto che non compare nelle classifiche dell’eccellenza produttiva né nei titoli sull’export da record. È il Polesine, la provincia più fragile della regione più dinamica del Nord, e i numeri raccontano una crisi strutturale che la politica fatica a mettere al centro dell’agenda.
Il dato più eloquente è quello demografico. Nel 1961 i residenti in provincia di Rovigo erano quasi 278.000, il 7,2 per cento della popolazione veneta. Oggi sono circa 227.000, appena il 4,7 per cento.

Quattordicimila abitanti persi nell’ultimo decennio, al ritmo di quasi duemila l’anno. Il capoluogo è sceso sotto la soglia dei 50.000 residenti, trentuno comuni su cinquanta contano meno di tremila anime. L’età media sfiora i 49 anni, gli over 65 sono il 28 per cento, gli under 14 appena il 10. Le proiezioni Istat stimano che nel 2030 i polesani saranno poco più di 216.000, e nel 2035 la provincia perderà il 12,4 per cento della popolazione in età lavorativa: la percentuale peggiore di tutto il Centro-Nord.

Il declino demografico si riflette nei redditi. Il Polesine è stabilmente l’ultima provincia del Veneto per ricchezza prodotta: il Pil pro capite si ferma a 32.855 euro, quasi diecimila in meno della media regionale e oltre undicimila sotto Vicenza, che guida la classifica. Tra il 2019 e il 2025, secondo la CGIA di Mestre, il Pil reale di Rovigo è cresciuto dell’1,8 per cento a fronte del 5,1 della media veneta. I redditi Irpef medi sono i più bassi della regione, con punte drammatiche nel Delta del Po dove comuni come Porto Tolle dichiarano importi che nel Veneto produttivo sarebbero impensabili.

A tutto questo si aggiunge un tessuto infrastrutturale carente, un accesso al credito sempre più difficile — lo stock di prestiti alle imprese è calato del 6,1 per cento in un anno — e il permanere di questioni ambientali irrisolte, dalle trivelle per l’estrazione di idrocarburi ai progetti di inceneritori incompatibili con la vocazione turistica del Delta, patrimonio Unesco. Il Polesine produce un valore aggiunto di 6,5 miliardi con oltre 72.000 occupati: non è un deserto economico, ma un territorio che ha bisogno di essere visto. Una voce che manca, quando il Veneto chiama Roma.