Lavoro
Il Primo Maggio parla Veneto: la partita del lavoro che verrà
Per una volta, il Primo Maggio del Paese parla veneto. La scelta di Marghera come palcoscenico nazionale di Cgil, Cisl e Uil non è una concessione cerimoniale: è il riconoscimento che proprio qui, dove il Novecento industriale ha avuto le sue ciminiere e le sue ferite, si sta giocando la partita del lavoro che verrà. Idrogeno verde, chimica circolare, logistica decarbonizzata, ricerca applicata: i cantieri sono aperti, le date sono fissate, gli investimenti firmati. Marghera non è un museo, è un laboratorio.
E però la regione che riceve il Paese resta ancora prigioniera di un racconto stretto. Sette giovani laureati su mille partono ogni anno, le imprese familiari faticano a trovare manager esterni, le filiere della conoscenza — medtech, agrifood, aerospace — chiedono talenti che il territorio ancora non sa attrarre. È il paradosso che pesa sulla scrivania di Alberto Stefani e che attraversa, nei prossimi mesi, le 51 città venete chiamate alle urne a maggio, da Venezia in giù, e poi nel 2027 i grandi capoluoghi. C’è davanti una stagione politica rara, quasi costituente: una giunta regionale appena insediata, decine di sindaci nuovi tra qui e il 2027, un’agenda nazionale che si lascia interrogare dal Veneto. È l’occasione per ribaltare lo stereotipo del Veneto tradizionalista e disegnare una regione innovata e innovativa, dove la profondità manifatturiera non sia rifugio ma trampolino, e dove il lavoro torni a essere — come a Marghera, da cent’anni — il luogo in cui si decide il futuro di tutti.
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