La parola più pronunciata — e più abusata — nella storia recente dei grandi eventi sportivi è “legacy”. La usano i comitati organizzatori nelle candidature, i politici nei discorsi inaugurali, i critici nel chiedere conto delle promesse. Ma è una parola che acquista significato solo a posteriori, quando gli impianti hanno trovato o mancato una funzione, quando le infrastrutture servono chi abita il territorio oppure arrugginiscono nel silenzio. Con i Giochi di Milano-Cortina in pieno svolgimento, vale la pena guardare a cosa è successo altrove per capire cosa potrebbe — e dovrebbe — succedere qui.

Il caso di scuola: Barcellona

Il caso di scuola positivo resta Barcellona 1992. La capitale catalana usò le Olimpiadi estive come leva per una trasformazione urbana radicale: cinque chilometri di nuove spiagge ricavate bonificando un’area industriale degradata, un Villaggio Olimpico convertito in residenze, la costruzione delle Rondas — le tangenziali che ancora oggi reggono la mobilità cittadina — oltre a 4.500 nuovi alloggi e 110 ettari di parchi. I turisti passarono da 1,7 milioni nel 1990 a oltre 8 milioni in meno di quindici anni. Il segreto fu un principio semplice: ogni opera doveva avere un destino d’uso successivo ai Giochi, inserito nella pianificazione urbanistica generale della città. Nulla fu costruito solo per le due settimane olimpiche.

E quello di Atene

L’opposto accadde ad Atene 2004. L’investimento complessivo toccò gli 8,5 miliardi di euro — il doppio del budget iniziale — ma senza un piano di riutilizzo. Nel giro di pochi anni la maggior parte degli impianti era abbandonata: la piscina olimpica svuotata, il palazzetto del taekwondo chiuso, il campo di beach volley vandalizzato. L’ex presidente del comitato organizzatore greco ha ammesso che “nessuno pensava a cosa sarebbe successo il giorno dopo”. Il costo della manutenzione di strutture senza scopo ha contribuito ad aggravare la crisi del debito ellenico. Non serve uscire dal perimetro olimpico per trovare conferme.

I Mondiali del 2006 in Germania

I Mondiali di calcio 2006 in Germania sono considerati un esempio di gestione efficiente: gli stadi furono costruiti o ristrutturati in collaborazione con club e investitori privati, garantendo un utilizzo continuo nel tempo. Ancora oggi la Bundesliga beneficia di quell’infrastruttura. Il turismo nelle città ospitanti registrò incrementi stabili tra il 7 e il 10 per cento anche negli anni successivi al torneo. Al contrario, diversi stadi costruiti per i Mondiali 2014 in Brasile e per quelli 2022 in Qatar soffrono di sottoutilizzo cronico.

I limiti di Londra

Londra 2012 offre poi una lezione intermedia, forse la più istruttiva per Milano. Il Queen Elizabeth Olympic Park nell’East End ha effettivamente rigenerato 75 ettari di aree industriali dismesse: il Villaggio olimpico è diventato l’East Village con circa 3.000 appartamenti, le strutture sportive sono in funzione, tre università si sono insediate nella zona. Ma la quota di housing accessibile si è fermata al 27 per cento contro il 50 promesso, e le comunità locali più fragili hanno denunciato processi di gentrificazione. La rigenerazione fisica c’è stata; quella sociale resta incompiuta.

Le riconversioni di Milano

E Milano? I segnali vanno letti senza compiacimento ma anche senza pregiudizio. Il Villaggio di Porta Romana, completato nei tempi, è già progettato per la riconversione a studentato convenzionato: un’opera con un destino scritto prima della posa della prima pietra, esattamente il modello Barcellona. L’Arena di Santa Giulia, realizzata dal gruppo tedesco Eventim, è pensata per un utilizzo continuativo come grande venue per concerti e spettacoli. In entrambi i casi il post-Giochi è parte integrante del progetto, non un’appendice. Le criticità però non mancano. Quasi la metà dei 98 interventi infrastrutturali previsti sarà completata dopo la chiusura dei Giochi, alcuni non prima del 2033. I costi complessivi hanno superato i 3,5 miliardi di euro con extra-costi per circa 157 milioni. La pista da bob di Cortina, costata 131,7 milioni di fondi pubblici, dovrà dimostrare di poter vivere oltre le due settimane di gare. La Statale 36 verso Lecco resta un cantiere aperto.

La storia insegna che il discrimine tra un’Olimpiade che diventa patrimonio e una che diventa zavorra non è l’entità dell’investimento, ma la qualità della pianificazione del dopo. Dove c’è stato un progetto di riuso — Barcellona, Londra, la Germania dei Mondiali — l’evento ha funzionato da acceleratore. Dove il dopo è stato improvvisato — Atene, Montreal, Sochi con i suoi 51 miliardi di dollari evaporati — ha lasciato macerie. Milano ha alcune carte giuste già sul tavolo. La sfida è non sprecarle.