L’ultima puntata della serie tv “Imma Tataranni – Sostituto procuratore“, andata in onda domenica su RaiUno, ha raggiunto il 22,2 per cento di share. Un successo. Nessuno scommetteva che la nuova produzione di viale Mazzini, basata sui romanzi di Mariolina Venezia, potesse conquistare un così vasto pubblico. In parte il consenso è strameritato. La protagonista interpretata da Vanessa Scalera, un’attrice fino a poco tempo fa quasi sconosciuta, ci ha regalato un ritratto di donna per nulla scontato. Tataranni veste in maniera esuberante, ha le rughe, non è paziente, sa essere molto ruvida, è molto determinata.

Le donne in tv quasi sempre non hanno difetti e devono sempre rispondere a un immaginario rassicurante. Questa volta no. L’immagine è cambiata e pure l’immaginario. Ma solo in parte, perché la serie ripropone tutti i tic più in voga, a partire da una descrizione macchiettistica del ruolo della difesa. Gli avvocati in tv o diventano a loro volta poliziotti oppure difficilmente sono rappresentati come i paladini di un diritto costituzionale. Sono perlopiù azzeccagarbugli, difensori di chi ruba, spesso con le mani in pasta. La presunzione di innocenza nelle serie tv è bandita o rinchiusa nella sfera del perdono: hai sbagliato ma Don Matteo (altra serie di successo) ti perdona. Forse fa ridere, forse ormai ci siamo abituati. Ma queste serie, tra uno share e l’altro, non fanno altro che rafforzare l’idea che tutti sono colpevoli e che i sostituti procuratori possiedono la verità. Il diritto alla difesa è invece un orpello, una pretesa assurda, qualcosa su cui ridere. Finché nella vita, e non nella fiction, tocca noi.