Energia
Indagine sul nucleare in Italia: dopo 40anni gli italiani hanno cambiato idea
Se con il Ddl delega nucleare l’Italia ha ingranato la marcia per il ritorno all’energia da atomo, s’impone un bagno di realismo: come superare la persistente opposizione dei territori. Un esempio di portata nazionale è offerto dalla spinosa localizzazione di un’infrastruttura fondamentale per la chiusura del ciclo nucleare: il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Sono state individuate 51 aree geografiche idonee ad ospitare la struttura.
Sebbene, l’avvio del cantiere del deposito previsto per il 2029 e quello per la ripartenza del programma nucleare siano percorsi completamente diversi, le difficoltà che Sogin – la società incaricata dello smantellamento delle ex centrali nucleari e dello smaltimento delle scorie- incontra nelle sue interlocuzioni pubbliche con le comunità potenzialmente implicate nell’accogliere il Deposito rappresentano una cartina di tornasole del rilancio della tecnologia elettronucleare. A influenzare le decisioni si va dall’effetto familiarità (esperienza diretta di chi ci lavora o tramite parente o conoscente) all’euristica di disponibilità (la percezione del rischio è più bassa e realistica tra chi ha un’esperienza ravvicinata rispetto a chi vive lontano); dalla fiducia verso le istituzioni alla consapevolezza delle ricadute economiche e occupazionali.
Nell’ottica di una ripresa del nucleare, un gruppo di ricerca del Politecnico di Milano ha indagato sulla percezione temporale ponendosi la domanda se 40 anni dopo la loro chiusura, l’effetto di maggiore accettabilità presso le comunità delle 4 centrali nucleari italiane smantellate, è ancora maggiore rispetto al valore medio nazionale emerso dai sondaggi. L’indagine condotta nel 2025 su un campione di residenti entro un raggio di 10 km dalle ex-centrali nucleari di Trino, Caorso, Latina e Sessa Aurunca ha confermato il cosiddetto “l’effetto alone di vicinato”, riscontrabile vicino in prossimità delle infrastrutture controverse per cui la vicinanza favorisce una maggiore familiarità, una percezione ridotta del rischio e a una maggiore accettazione.
Tra chi ha vissuto direttamente l’esperienza dell’operatività di una centrale nucleare, i favorevoli raggiungono 60%, mentre per la stessa fascia di età i favorevoli nel campione nazionale SWG si attestano su 47%. Laddove tra gli under 30, fascia di età in assoluto più favorevole al nucleare (63%) a livello nazionale, nelle aree interessate i favorevoli si attestano “solo” al 59%. Questi risultati dimostrano l’aspetto determinante della memoria delle persone nella costruzione del consenso su infrastrutture nucleari. Il gruppo degli over 55 è infatti quello che, a livello italiano, ha subito l’impatto mediatico del disastro di Cernobyl, da cui la più bassa accettazione nazionale; mentre per gli under 30, l’incidente nella centrale nucleare costituisce un mero fatto storico.
Un altro dato estremamente interessante è che il “vissuto” neutralizza il fenomeno NIMBY. Infatti, i dati nazionali indicano che solo il 30% della popolazione italiana accetterebbe un impianto nucleare nel raggio di 100 km dalla propria abitazione (SWG 2023), e questa percentuale scende al 18% quando la distanza si riduce a 10 km (Ipsos 2024). Al contrario, nel panel del sondaggio POLIMI, tra coloro che sostengono il ritorno dell’energia nucleare in Italia: ben l’87% (il 52% del campione totale), ha dichiarato che manterrebbe il proprio sostegno anche nel caso l’impianto fosse costruito nello stesso sito precedente, ovvero entro un raggio di 10 km dalla propria residenza.
© Riproduzione riservata







