Questa legge elettorale va cambiata, perché è stata concepita di fretta per cancellare il premio di maggioranza della legge precedente. Il rischio di avere, all’indomani delle elezioni politiche, un ‘governo che non governa’ per via di maggioranze troppo disomogenee è da attribuire non soltanto al Rosatellum ma anche al taglio del numero dei parlamentari e al sistema politico attuale. Cesare Pinelli, classe ‘54, tra i più noti e colti costituzionalisti del Paese, Professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Roma La Sapienza, in questa intervista con l’Avanti! della domenica fa una analisi del sistema elettorale attuale e sostiene che per presentarsi agli elettori in modo serio si debba puntare sui contenuti: “Bisogna dare delle risposte positive al Paese”- dice. Pinelli ha assunto dal 2021 la direzione di Mondoperaio, la più antica rivista culturale ancora in stampa, fondata da Pietro Nenni nel ’48 e oggi digitalizzata nell’archivio storico della Biblioteca del Senato. Una eredità ‘pesante’, che ha raccolto aggiungendole autorevolezza e prestigio, grazie anche alla collaborazione dei più importanti intellettuali del Paese

1) Professor Pinelli, il puzzle dei due schieramenti sta per essere completato, le coalizioni si avviano verso la campagna elettorale d’agosto. Resta il tema del sistema elettorale con cui i partiti vanno al voto e cosa succederà a urne chiuse. C’è il rischio di ritrovarsi con un governo che non governa?
Il rischio c’è, ma dipende solo in parte dalla legge elettorale, perché la responsabilità è anche da attribuire alla riduzione del numero dei parlamentari e soprattutto dal sistema politico. La legge elettorale attuale è l’esito della scomparsa, spero definitiva, del premio di maggioranza, un disastro per gli italiani. Era un premio fasullo, non basato sulla competizione tra i partiti collegio per collegio come avviene nel sistema maggioritario ma con un ‘regalo’ dall’alto alla coalizione che aveva il maggior numero di voti, come è avvenuto ad esempio nella scorsa legislatura. Tutti adesso strillano contro il Rosatellum che non è una buona legge elettorale e va cambiata, anche perché è stata fatta di fretta.

2) Alla luce di queste osservazioni, sarebbe secondo lei il caso di mettere in piedi una legge elettorale con sbarramento sul modello tedesco, che era il tentativo che alcune forze politiche avevano provato a fare?
Sarebbe giusto per due ragioni: la prima è che una legge elettorale va modificata con il tempo necessario, non quando tutto è in movimento perché ci sono in vista le elezioni. Modificarla all’inizio della legislatura sarebbe la cosa migliore da fare. E poi perché bisogna che ci sia una maggiore rappresentatività, considerando che per effetto del taglio del numero dei parlamentari i collegi sono adesso troppo ampi, con una distorsione maggioritaria molto forte. Cambiando la legge elettorale evitiamo anche la finzione delle coalizioni messe insieme con lo scopo di ottenere il seggio nel collegio uninominale senza che ci sia una visione comune. Ora serve una legge elettorale dove ogni forza politica raccoglie il consenso per quello che è. Non è affatto vero che con i sistemi proporzionali i cittadini non sono consapevoli della scelta che fanno e che non sanno chi governerà il minuto dopo che le urne si saranno chiuse. L’esempio della Germania, dove c’è un sistema elettorale praticamente proporzionale, è importante: i partiti ci mettono un po’ a mettersi d’accordo tra di loro dopo le elezioni perché devono mettere insieme i programmi che spesso sono diversi, ma una volta che hanno preso queste decisioni, la coalizione dura nel tempo. Questa è la differenza con l’Italia, dove spesso i programmi dei partiti sono come delle pezze a colori, molto diversi tra loro e dopo poco tempo l’esecutivo va in crisi, come è successo in questa legislatura, con ben tre governi diversi. Le culture politiche tedesche sono così solide che verrebbero fortemente penalizzate dall’elettorato se cambiassero idea frequentemente.

3) E’ d’accordo con chi sostiene che la partita si giocherà sulla politica estera e più precisamente sul ruolo dell’Europa?
In genere questo non succede né in Italia, né negli altri paesi democratici e cioè la politica estera non giocherà un ruolo così importante. E potrebbe giocarlo solo in caso di guerra aperta. Attenzione però: le incertezze del centrodestra sulla politica estera, sulla guerra e sulle diversità di posizione evidenti – da una parte Giorgia Meloni, dall’altra Salvini e Berlusconi con simpatie filorusse – potrebbero pesare nelle urne, a patto però che il centrosinistra riesca a sviluppare un profilo, sulla politica estera, unico e serio. Dipenderà tutto dai due schieramenti. E dipenderà tutto da quanto Fdi, Lega e Forza Italia si divideranno e litigheranno su questo punto. Io credo che tenderanno a nascondere le loro divisioni.

4) A proposito di divisioni: come interpreta le prove di unità e il tentativo di Enrico Letta di tenere tutte le anime del centrosinistra in un solo campo?
Il bisogno è evidentissimo, specialmente in questa fase storica così difficile. Il punto è come fare in modo che riesca questo tentativo e nello stesso tempo non dare l’impressione di essere percepiti come una ammucchiata. Ad esempio, l’Unione di Prodi nel 2006 ha vinto ma non andò bene come si pensava anche per questa ragione. Aggiungo che mentre credo sia necessario dare prova di unità, non ho mai creduto al cosiddetto ‘patto repubblicano’ perché significava essere forze molto diverse tra loro, ma che davano rilevanza al fatto di essere contro la destra. E’ giusto, ma questo non basta per chiedere il consenso e a prendere voti. Il consenso non si prende dando agli elettori il quadro negativo, dicendo: “noi siamo diversi da loro”, ma dando risposte positive al Paese. Nella scorsa legislatura le forze democratiche, non solo di sinistra ma anche di centrodestra, non sono riusciti a sfruttare l’occasione che aveva offerto il governo Draghi e cioè quella di una forte crisi dei populisti. Avrebbero potuto sfruttare l’occasione, dando priorità ai contenuti, indicando tre o quattro punti dirimente soprattutto sull’economia e la società: ora è tardi. Quelli come i socialisti che invece hanno fatto questo, meritano tutto il consenso e il sostegno.