Amato o avversato, comunque ritenuto, da amici e avversari, uno dei pensatori politici più acuti che l’Italia può annoverare. Considerato uno dei fondatori dell’operaismo teorico degli anni Sessanta, le cui idee si trovano riassunte nel libro del 1966 Operai e capitale, Mario Tronti ha insegnato per trent’anni all’Università di Siena Filosofia morale e poi Filosofia politica. È stato eletto in Senato nel 1992 nelle fila del Partito democratico della sinistra e nel 2013 nelle fila del Partito democratico. Dal 2004 è presidente della Fondazione Crs (Centro per la Riforma dello Stato) – Archivio Pietro Ingrao. Tra le sue ultime pubblicazioni si ricordano: Noi operaisti (2009), Per la critica del presente (2013), Dello spirito libero. Frammenti di vita e di pensiero (2015), Il popolo perduto. Per una critica della sinistra (con A. Bianchi, 2019). Ed anche oggi, a 89 anni, dimostra che la freschezza, e la profondità delle idee e la lucidità intellettuale non hanno carta d’identità.

In una intervista a questo giornale, Rino Formica ha sostenuto che il vero deficit politico che grava sull’Italia non è tanto la mancanza di leadership ma l’assenza di pensiero.
Da decenni, non da anni, abbiamo a che fare con la crisi della politica. Intesa come politica moderna. Quella che Max Weber, interprete ed erede di quella grande tradizione, aveva sistemato nel concetto di Beruf: professione e vocazione. La politica, come ogni disciplina umana, ha bisogno di professionalità. E ha bisogno anche di una sorta di chiamata, una scelta di vita mossa e motivata da una passione. Poi, si può esercitarla a vari gradi di grandezza e miseria, misurate sempre sia dalla capacità dei soggetti sia dall’intensità dei tempi. Tutto ha avuto inizio con la feroce reazione antinovecentesca che ha voluto, negli anni Ottanta, chiudere in anticipo il secolo grande e terribile. Lì, la politica moderna, appunto, aveva raggiunto il suo massimo livello di sviluppo, nel confronto/scontro tra concezioni alternative e antagoniste del mondo e della vita. Si può sostenere che proprio l’altezza raggiunta da quella vicenda storica ne decretava la fine, nell’impossibilità di ripeterla a quel livello. Non è la mia opinione. Si potevano mettere in forma, in una nuova forma, i contenuti di quel confronto, civilizzando lo scontro, ritraducendo la guerra in politica. Il modello da seguire – so bene che fa scandalo sostenerlo – era la forma della guerra fredda, una guerra non guerreggiata, tutta politica, fondata sull’equilibrio delle forze in campo, in grado di sostenere e alimentare la passione delle contrapposte finalità. In mezzo, ci sono due determinanti avvenimenti macro-storici. Il primo: la vittoria di un campo, la scomparsa dell’altro campo. Non l’89, ma l’89-91, è il vero tornante d’epoca. La storia la scrivono i vincitori e quindi se la sono raccontata a modo loro e secondo i loro interessi. Colpa incancellabile di quella che oggi si chiama sinistra è di non aver speso un grammo di pensiero su quella vicenda. Gran parte della sua attuale inconsistenza sta qui. C’è di peggio: aver visto lì solo il passaggio di liberazione senza vederne l’atto di restaurazione. Hanno fatto da spettatori, in modo del tutto subalterno, a una commedia a lieto fine, invece che leggere una tragedia, da cui poter ricavare il momento della catarsi. Ma non c’è posto per il tragico della storia nell’esangue progressismo storicista di quella cultura. In questo ha ragione Formica a privilegiare, nella spiegazione, il deficit di cultura rispetto al deficit di leadership.

Il secondo determinante avvenimento?
La trasformazione del capitalismo in un apparente altro da sé, per accreditare il reale sé eterno. Sono tra l’altro gli stessi anni: l’accoppiata delle due vicende è stata micidiale. La fine del capitalismo a centralità dell’industria ha segnato l’altro tornante d’epoca. Si è parlato, a sinistra, del cosiddetto neoliberismo quasi fosse una mutazione genetica del capitalismo. Di qui, l’illusione, subalterna, di cavalcarlo, governarlo, gestirlo in proprio, nell’Europa degli anni Novanta, che è stata un’iniziativa catastrofica, di cui ancora non si è presa coscienza. Si è visto un dopo Novecento dove c’era un ritorno di Ottocento. Non è, la mia, una sottovalutazione delle novità intervenute. È un richiamo a scorgere la sostanza dietro le apparenze, secondo la lezione marxiana della critica dell’ideologia per una realistica analisi dei processi. È nient’altro che un Ottocento post-moderno quello che stiamo vivendo. E tutte le rivoluzioni tecnologiche possibili e immaginabili, che ci sono e ci saranno, vanno squarciate anche nella verità della sostanza di dominio che contribuiscono a tenere in piedi. Ma quando si perde il proprio punto di vista si perde se stessi. Un ultimo punto. La fine della civiltà operaia che il superamento del capitalismo industriale ha portato con sé è una svolta d’epoca che pesa nella storia del mondo al pari di quella che fu la fine della civiltà contadina. Si tratta anche qui di cogliere quei tornanti storici che incidono nelle forme di vita e aprono, certo, orizzonti nuovi, ma mai pacificamente, ordinatamente, sempre provocando strappi, lacerazioni, disordini, disorientamenti. Si è persa l’abitudine, così profondamente radicata nella tradizione del movimento operaio, di tenere insieme la visione dell’avvenire e l’attenzione al quotidiano. La vita delle persone è almeno altrettanto importante quanto le leggi di movimento dell’economia, nazionale o globale che sia. C’è un buco antropologico nel passato del pensiero antagonistico che pesa come un inamovibile macigno. Perso l’asse della centralità operaia, che teneva insieme l’intera soggettività organizzabile politicamente, non se ne è trovato un altro. Non se ne è voluto trovare un altro. Non perché non c’era, ma perché ormai non serviva. E tutto il mondo del lavoro, su cui più avevano pesato le trasformazioni capitalistiche, è stato abbandonato a se stesso. Ma lì era, e lì resta, la risorsa di ogni conflitto sociale, diretto da una forza politica.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha varato gli “Stati generali” dell’economia. Al di là dei risultati concreti ottenuti, o mancati, le chiedo: ma l’essenza di una democrazia, anche in una fase di grave crisi come quella che stiamo vivendo a livello globale, non è il conflitto sociale, un confronto vero tra visioni alternative?
La politica cammina su due gambe: conflitto e mediazione. Questo vale per tutte le parti in competizione. Il capitalismo è una società naturalmente conflittuale. La lotta di classe è stato il più potente strumento dello sviluppo capitalistico. Ha costretto il capitale all’innovazione tecnica, al cambiamento morfologico. Sono dell’idea che una delle cause dell’attuale ristagno dello sviluppo, a livello mondo, sia anche questa assenza di uno stimolo che viene, che veniva, da una contrapposizione frontale con un nemico che metteva in discussione il dato stesso di sistema. È accaduto qui da noi che a volte la Confindustria padronale sia stata più conflittuale del sindacato dei lavoratori. Per non parlare dei partiti della cosiddetta sinistra, i cui ceti dirigenti non conoscono più nemmeno l’alfabeto di una cultura del conflitto. La giaculatoria dell’appello alla coesione sociale, ha avuto e ha come conseguenza l’abbandono delle rivendicazioni sociali dal basso nelle mani o di una politica autenticamente di destra o di un’antipolitica demagogicamente di sinistra. La verità è che il crollo del socialismo ha spazzato via la credibilità di un qualsiasi progetto di società alternativa. Questo è stato certo un problema. Era inevitabile che fosse così? O si doveva mettere in campo una svolta che non fosse quella della Bolognina? Continuo a pensare che al suo posto andasse messo un lavoro di lunga lena di ripensamento, a livello di teoria critica e di pratica dell’organizzazione, che riconnettesse in modo creativo tradizione e trasformazione. Un bel tema storico-politico ancora tutto da pensare.

Ai tempi del Coronavirus, l’Italia sembra dividersi tra chi pone la salute come priorità assoluta da tutelare, e chi sottolinea la necessità di una ripresa economica che eviti una tragedia sociale.
Non vorrei parlare più di tanto della pandemia. L’insopportabile chiacchiera mediatica che ci ha oppresso in questi mesi mi spinge salutarmente a tacere. Mi incuriosisce molto il dopo, quando superata, speriamo, la quarantena della politica, si dovrà passare al che fare nella crisi economica e sociale che seguirà. Vedo, impaurite, le sovrane forze di mercato, soprattutto a livello europeo, mettere in campo il meglio degli armamenti di cui dispongono, le risorse finanziarie accumulate nell’ultima stagione del loro indisturbato sfruttamento delle attività di lavoro globalizzato. Sono aperte due strade. O, per quella via, la messa sotto controllo della crisi, dall’alto delle istituzioni, che hanno imparato come si fa dalle soluzioni keynesiane del dopo ’29, o del dopo ‘45. O l’esplosione dal basso di un sociale ingovernabile che metta a rischio la sopravvivenza, così com’è, della fase di selvaggia globalizzazione liberista degli ultimi decenni. Bisogna prepararsi all’una e all’altra delle due alternative. Nel primo caso spingendo il pedale della politica come mediazione, cercando di ricavarne il massimo dei vantaggi, a favore della propria parte, la più debole dal punto di vista economico e sociale. Nel secondo caso, spingendo il pedale della politica come conflitto, che più si radicalizza più può vedere la propria parte come quella potenzialmente più forte. Naturalmente, mediazione e conflitto non si escludono in assoluto. Si relativizzano, a seconda della contingenza, che consiglia di mettere al primo posto l’una o l’altro. Nel primo caso servirebbe di più possedere le leve di governo. Nel secondo caso sarebbe più conveniente sfruttare la posizione di opposizione.

Massimo Cacciari, ma non solo lui, sostiene che il “virus” che ha “infettato” la sinistra è quello del “governismo”: il Governo non come strumento per il cambiamento, ma come fine. È un giudizio troppo spietato?
E veniamo brevemente alla contingenza immediata. Sono stato fieramente avverso a questo tipo di maggioranza e di governo. Adesso che c’è, bisogna capire che farne, tra l’altro in un passaggio molto delicato. Direi così: se si vuole arrivare almeno all’elezione del presidente della Repubblica, si tenga l’alleanza e si cambi il premier. Il Pd rivendichi per sé la guida politica del governo: l’unico modo per dare dignità ed efficienza a un’alleanza che di per sé è priva dell’una e dell’altra. È vero quanto dice il mio amico Cacciari che il Pd è stato infettato dal virus del governismo. Non meno che da altri virus: azionismo, giustizialismo, moderatismo. Tutti limiti di cultura politica. Mi interessa dire una cosa. Gli intellettuali di sinistra, invece di firmare appelli a sostegno del governo Conte, si mettano a riflettere e a ragionare su questo punto: come è potuto accadere, che cosa è successo in questo povero nostro paese per ritrovarci con un primo ministro nella figura dell’uomo qualunque che si chiama Giuseppe Conte, con un ministro degli esteri che si chiama Gigi Di Maio, con un Bonafede alla giustizia, con una Azzolina all’istruzione? Questo è il problema. Da quanto lontano viene questa che sembra una inarrestabile deriva antipolitica? E quali e quante le colpe di una mentalità culturale che sa vedere solo e sempre l’ombra in agguato della personalità autoritaria, e prima Berlusconi e poi Renzi e ora Salvini. Senza mai gettare lo sguardo dentro e oltre questa forma sociale, con le sue insopportabili condizioni di vita, di lavoro, di azione, di pensiero. E con quali armi per la lotta.