«Nei decenni passati la politica ha avviato e realizzato decine di progetti strategici per Napoli. È stato possibile perché i partiti avevano identità, cultura e visione. Oggi non è così ed è per questo che prevedo un futuro difficile per la città, a meno che il prossimo sindaco non sia adeguatamente sostenuto dalle forze di governo». Ne è convinto Paolo Cirino Pomicino, per decenni tra i politici napoletani più influenti e oggi presidente della società che gestisce la Tangenziale.

Onorevole, il suo è un duro atto di accusa nei confronti dei partiti…
«La loro inconsistenza culturale è sotto gli occhi di tutti così come la loro crisi d’identità. Se agli esponenti di ciascun partito chiedessimo “scusa, ma tu chi sei politicamente?”, nessuno sarebbe in grado di dare una risposta convincente. L’azzeramento delle radici culturali ha trasformato i partiti in comitati elettorali e la prova lampante sono le liste “alla carlona” che stanno nascendo a Napoli proprio in questi giorni. L’unica eccezione potrebbe essere Azzurri per Napoli che nel simbolo indica un’identità popolare e liberale».

Tutto ciò quali conseguenze ha avuto su Napoli?
«L’ha ridotta in uno stato comatoso. Napoli è viva, ma non vitale. Il Comune è ormai destrutturato e non ha la benché minima visione della città. A tutto ciò si sommano mali antichi come la mancanza di lavoro, la marginalizzazione di intere fasce sociali, la criminalità. E la politica si è completamente sfarinata: possibile che nessun partito abbia avuto il coraggio di candidare a sindaco un proprio dirigente? Lo dico soprattutto al Partito democratico: perché il segretario metropolitano Marco Sarracino e il presidente Paolo Mancuso non corrono per Palazzo San Giacomo? Come si può guidare Napoli se non si ha il coraggio di sottoporsi al vaglio popolare?»

In compenso, però, questa campagna elettorale è stata caratterizzata da un forte richiamo al civismo: è un bene?
«Il civismo è una virtù in aggiunta alla politica, non se la sostituisce. La prospettiva è quella di vedere più di venti liste, tra centrodestra e centrosinistra, sulla scheda elettorale. Vuol dire che il prossimo sindaco si troverà in un Consiglio comunale dal quale la politica rischia di essere espulsa e nel quale trionferà l’istituto del negozio, cioè della contrattazione su ogni singolo provvedimento da votare, come sta accadendo da un po’ di tempo a questa parte».

Secondo lei non c’era alternativa?
«Certo che sì. Ma i partiti avrebbero dovuto avere un sussulto di dignità e candidare i propri dirigenti, mentre gli aspiranti sindaci avrebbero dovuto dire no alle liste civiche».

Prevede un futuro difficile per Napoli, quindi…
«Purtroppo sì. Spero che Gaetano Manfredi, al quale auguro di essere eletto sindaco, sia debitamente sostenuto dalle forze di governo. In passato i sindaci erano assistiti dai gruppi parlamentari che reperivano le risorse necessarie per realizzare progetti strategici. Così, a Napoli, sono nati il Centro direzionale, la metropolitana, la tangenziale, il palazzo di giustizia».

Chiaro il suo endorsement per Manfredi. Come giudica gli altri aspiranti sindaci?
«Antonio Bassolino è un antico avversario, ma le sue qualità politiche e amministrative sono indiscutibili. Catello Maresca deve dare ancora prova di sé perché non basta una sola esperienza giovanile da consigliere comunale per amministrare una città complessa come Napoli. La sua candidatura nasce da ciò che ho appena detto, cioè dalla crisi dei partiti e dall’inconsistenza delle classi dirigenti».

A prescindere dal nome, da che cosa dovrà cominciare il prossimo sindaco?
«Da tante cose. Da tempo, per esempio, Napoli ha una sola arteria di collegamento da Est a Ovest, cioè la tangenziale. In passato suggerimmo la realizzazione di un sottopasso da piazza Sannazaro a piazza Municipio. La proposta è rimasta lettera morta, mentre il lungomare liberato si è trasformato in un paesotto. Il risultato è che basta anche un piccolo intervento sulla tangenziale per paralizzare la città. A ciò si aggiungono una metropolitana che dopo decenni attende ancora di essere ultimata. Eppure la mobilità è un elemento essenziale per tutte le città e per Napoli in particolare».

In passato lei è stato tra i proponenti di Neonapoli, il progetto finalizzato a fermare il degrado civile ed economico della città: lo ritiene ancora attuale?
«Certo che lo è. Basta guardarsi intorno per comprenderlo. Per Bagnoli sono stati sprecati centinaia di milioni di euro, ma il rilancio dell’area è ancora lontano. La società Tangenziale ha proposto la realizzazione di una serie di svincoli per rendere più fluido il traffico, ma dal Comune sono arrivati soltanto rifiuti, senza dimenticare il mancato potenziamento dei collegamenti assicurati dalla Circumvesuviana e della tratta Napoli-Nola. E poi c’è il Centro direzionale: poteva essere un grande centro di attrazione, invece è diventato un’occasione sprecata e un simbolo di degrado. E andrà sempre così se i partiti non recupereranno l’identità, la cultura e la visione indispensabili per governare la comunità».

Quindi come se ne esce?
«In Europa governano quattro culture politiche: socialismo, popolarismo, liberalismo ed ecologismo. I partiti italiani devono identificarsi in una di queste culture e agire di conseguenza. Sarebbe un bene per l’Italia, a cominciare da Napoli».

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.