Dopo settimane di trattative da “suk”, sia il premier israeliano in carica, Benjamin “Bibi” Netanyahu, sia il suo rivale più accreditato, l’ex capo di stato maggiore di Tsahal e leader del partito centrista Kahol Lavan (Blu-Bianco) hanno gettato la spugna: nessuno dei due è riuscito a mettere assieme i 61 voti necessari per avere la maggioranza alla Knessset (il parlamento israeliano, 120 deputati) per dar vita a un nuovo esecutivo. E allora si torna al voto: data prevista, 2 marzo 2020. Se i sondaggi danno conto di una incertezza sull’esito del voto (Blu-Bianco viene dato in leggero vantaggio sul Likud), una cosa è assodata: sarà una campagna intrisa di veleni, di odio, nella quale non esisterà l’avversario ma il “nemico” da additare come “traditore”, “golpista” (accusa scagliata da Netanyahu contro il procuratore generale d’Israele, Avichai Mendelblit), reo di averlo incriminato per corruzione, frode e abuso di potere in tre casi giudiziari.

Ora “Bibi” deve passare al vaglio delle primarie del suo partito, in programma il prossimo 26 dicembre. A contendergli la premiership è Gideon Saar, l’avversario di sempre. «Se sarò eletto a capo del Likud lo porterò alla vittoria – ha dichiarato Saar martedì, citando i sondaggi che gli attribuiscono maggiori probabilità di costruire una coalizione stabile – È molto chiaro, d’altra parte, che se andiamo avanti come adesso non otterremo una posizione migliore di quella che abbiamo ottenuto nelle ultime due elezioni». Siamo solo alle prime schermaglie di una campagna dell’uno contro l’altro armati. Ecco, ad esempio, il numero due di Blu-Bianco, Yair Lapid paragonare la retorica di Netanyahu a quella di un seguace del medico-colono di estrema destra Baruch Goldstein che il 25 febbraio 1994 aprì il fuoco contro un gruppo di musulmani in preghiera nella Tomba dei Patriarchi a Hebron, uccidendone 29 e ferendone altri 125. «Le parole che sono uscite dalla bocca di Netanyahu negli ultimi giorni sono istigazione alla violenza», ha scandito Lapid davanti ai giornalisti israeliani. «Sono parole pronunciate da un seguace di Baruch Goldstein, non da un primo ministro. Finirà male.

Anche lui sa che finirà male». Ed ecco Yuval Steinitz, uno dei ministri più vicini a Netanyahu, ribattere che «Gantz ha intenzione di consegnare il futuro d’Israele agli arabi, portandoli al governo». Stavolta, concordano gli analisti politici a Tel Aviv, non basterà per tenere unito il Paese, agitare lo spettro del nemico esterno (l’Iran, Hezbollah, Hamas). Quel sentire comune, quel vivere in trincea, non metaforica, che ha rappresentato per decenni il solido collante nazionale, è saltato. «Con ipocrisia, cinismo e veleno, è iniziata la terza stagione elettorale di Israele in un anno», titolava Haaretz a commento dell’ennesima trattativa fallita. È la notte della politica in Israele. Uscirne sarà dura, molto dura, anche per quella che resta l’unica democrazia in Medio Oriente.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.