Viene spacciata per argomento tabù, “nascosta” dalle tv e dai media mainstream in una combutta internazionale guidata ovviamente da ‘Big Pharma’ intenzionata a fare incassi record col prossimo vaccino per il Coronavirus, ma sulla plasmaferesi da alcuni giorni è scoppiata una vera e propria isteria. È diventata virale sui social una sorta di catena, un lungo messaggio firmato da un presunto medico italiano che opera alle isole Mauritius, Mauro Rango, che si scaglia con una lunga invettiva contro il virologo Roberto Burioni, reo a suo dire di avere detto il falso sulla terapia.

Rango scrive nel messaggio che alle Mauritius “hanno iniziato a fare la plasmaferesi dopo i primi decessi. Da quando hanno iniziato a trattare i pazienti con la plasmaferesi, in un mese si è registrato un solo decesso”. Non solo. Tornando sulle tematiche care ai complottisti Rango poi evidenzia come la “terribile realtà” è che “migliaia di vite si sarebbero potute salvare con farmaci e strumenti già in possesso e in uso in Italia. Farmaci e strumenti che hanno il grave difetto di costare pochissimo”.

Burioni ha quindi affidato prima ai social e poi al sito MedicalFacts una risposta alle accuse del ‘collega’. “Oggi è la giornata del whatsapp di Mauro Rango che da isole lontane ci comunica che la cura già esiste ma non cielodicono. Per piacere, diventate capaci di distinguere da soli le sciocchezze dalle cose serie, soprattutto se siete miei colleghi. E se vi rendete conto che sono sciocchezze non le diffondete. Il Paese sta attraversando un momento difficile e l’ultima cosa di cui ha bisogno sono false notizie che possono disorientare i cittadini”, ha scritto su Facebook il virologo del San Raffaele di Milano.

Poi sul suo sito di approfondimento medico-scientifico Burioni ha ricordato come il plasma di un donatore non è facile da preparare e economico, “è vero l’esatto contrario. Bisogna selezionare accuratamente i pazienti (ci vuole tempo e denaro), bisogna preparare il plasma, bisogna sincerarsi che il plasma non trasmetta altre malattie infettive (tutto quello che viene dal sangue è rischioso), bisogna valutare la quantità di anticorpi neutralizzanti il virus e anche escludere la presenza di anticorpi che possano danneggiare le cellule del paziente che riceverà la donazione. Inoltre, i diversi preparati sono difficili da standardizzare: in altre parole il contenuto di anticorpi sarà diverso da una preparazione all’altra e questo diminuirà in alcuni casi l’efficacia (somministriamo la stessa quantità di plasma, ma una diversa quantità di principio attivo)”.

Ma il problema è limitante per il virologo è il numero dei donatori: “Solo chi è guarito può donare il sangue e quindi le quantità disponibili sono per ovvi motivi (non possiamo dissanguare le persone) estremamente limitate. In generale, due guariti riescono a curare un malato, ma anche con una proporzione uno a uno voi capite che non si va molto lontano. Inoltre, non è una pratica priva di controindicazioni: oltre alla presenza di anticorpi “dannosi” di cui abbiamo parlato prima, le somministrazioni di plasma possono alterare i processi della coagulazione. In un paziente COVID-19 dove questa funzione appare disturbata, bisogna avere particolare cautela”.