Dalla Postfazione di “Immagina di Baciare Pete”, di John O’Hara edito da Racconti

Sgomberiamo il campo da qualsiasi dubbio: gli scrittori amano scrivere di scrittori. Prendiamo l’atto fondativo della letteratura italiana, per esempio. Il celebre indovinello dell’amanuense veronese parla proprio delle fatiche di uno scrivano, così i buoi sono le dita della mano, i campi sono i fogli che ha davanti, il bianco aratro è la penna d’oca e il seme nero è l’inchiostro. La scrittura allo specchio non è un capriccio (un canto del cigno?) postmoderno, ma una pistola da starter. Appena superiamo certe secche pseudocritiche, che tendono a considerare la meta-letteratura come un ripiegamento ombelicale, è tutto un fiorire di storie di scrittori, e il filone ha dato un contributo decisivo all’immagine che ci siamo costruiti rispetto alla figura di chi scrive.

È come se gli scrittori avessero usato la loro arte per parlarci anche di sé stessi, e ci si dovesse muovere all’opposto di ciò che generalmente succede: non dalla realtà verso la creazione letteraria, ma dalla creazione letteraria verso la realtà. Che cosa ci dicono, allora, tutti questi scrittori inventati più veri del vero? I Gustav von Aschenbach, i Martin Eden, le Jo March, i Paul Sheldon, i Nathan Zuckerman? Che lo scrittore è una creatura anfibia, allo stesso tempo fuori e dentro la società. Gli scrittori si mettono di traverso alla società che di volta in volta gli tocca in sorte, e da quella posizione particolare ci dicono la verità. Uno scrittore finge per dire meglio che può la scomodità della verità. Può mentire (sennò che scrittore sarebbe?), ma mai essere un bugiardo. Non si parla qui di bibliche tavole della legge scolpite nella pietra, ma molto più semplicemente e onestamente della voglia di verità. Anche l’ammissione dello scacco, del fatto che non esista una verità definitiva, è già fame di verità e perciò postura letteraria, groove da scrittori.

John O’Hara non fa eccezione. Pur essendo un tipo abbastanza eccezionale – 247 racconti pubblicati sul New Yorker (per capirci ha vinto con distacco su gente come Cheever, Updike, Gallant) – ha incentrato la trilogia di racconti lunghi Prediche e acqua minerale su un alter ego, Jim Malloy, la cui ambizione è scrivere. Come tutti i suoi predecessori (e successori) Jim è un tipo tosto che s’arrabatta. Venderebbe la madre per riuscire a diventare uno scrittore, ma all’inizio lo vediamo muoversi in quel sottobosco di scribacchini che è il giornalismo a stelle e strisce post Depressione: tutti alla ricerca dello scoop che faccia dimenticare agli Usa la miseria appena sofferta (ci riuscirà solo la Seconda guerra mondiale, in realtà), e intanto, chi più chi meno, aspettano che alla lotteria della vita esca il loro numero.

Quello di Jim ha il volto di Chottie Sears, attrice di teatro prima e di cinema dopo, di cui diviene valletto e amante nella prima novella della trilogia, un grimaldello ideale non tanto per fare carriera quanto per penetrare nella società newyorkese in cui, a causa del proibizionismo, anche una normalissima coppietta che andava a cena teneva su un’aria torva da gangster. Le due stelle polari di quella comunità sono il mondo della finanza – la Wall Street wasp – e quello dello spettacolo, che non a caso crasheranno nello stesso abitacolo in un incidente stradale in una delle tante metafore contenute nel libro (e nella trilogia).

L’America esce sempre sfigurata dai racconti di questi scrittori, e non ce n’è uno che non dica una cosa chiara: il sogno americano non è morto, semplicemente perché non è mai esistito. Volendo mettere il Jim Malloy dell’irlandese O’Hara in relazione di prossimità e parentela con altri illustri alter ego di scrittori americani con radici nella vecchia Europa – al netto della sua romantica e cinica ironia (o del suo romantico cinismo ironico?) – ne vengono in mente subito due: l’Arturo Gabriel Bandini dell’italiano John Fante e Henry Hank Chinaski del tedesco Charles Bukowski. Esattamente come Jim Malloy, anche Bandini e Chinaski sono aspiranti geni impegnati in lavoretti mortificanti in attesa della consacrazione letteraria. Dov’è la differenza?

Fante scrisse la sua anti‑saga intorno agli anni ’30 e ’40; Bukowski iniziò la sua negli anni ’70. Arturo Bandini è un ragazzino alle prese con un mondo irrimediabilmente sbagliato, ma che tutto sommato non vuole rinunciare a conquistare; Henry Chinaski è lo stesso Bandini invecchiato di quarant’anni, disilluso e amareggiato, che ambisce a fare lo scrittore perché è l’unico mestiere che gli permette di alzarsi a mezzogiorno. Jim Malloy sta esattamente nel mezzo (anche nel bruto dato anagrafico di O’Hara), funziona come una cerniera tra l’uno e l’altro, più originale e al tempo stesso più marginale rispetto ai due personaggi di Fante e Bukowski. L’ambizione sfrenata, i lavoretti da insider e outsider al tempo stesso, il milieu finto chic degli arricchiti di Hollywood e del cinema tout court, sono i medesimi, ma il piglio esistenziale è sospeso tra stupefazione infantile (Bandini) e ironia acida (Chinaski). Due parole infine sulla novella, su cui si basa la trilogia di Prediche e acqua minerale. La novella è una forma diversa dalla short story. Si pone in una posizione di equidistanza tra il racconto e il romanzo, non essendo né l’uno né l’altro, pur prendendo elementi sia dell’uno che dell’altro. Non ha più la velocità del racconto, eppure gli manca la prolissità del romanzo, aspira a farsi leggere come un racconto, ma può avere una trama complicata come quella di un romanzo (esiste la trama romanzesca, non la trama raccontesca).

Forse giova ricordare che questa dimensione spuria può annoverare alcuni dei capolavori della letteratura di ogni tempo: Le notti bianche di Dostoevskij, Bartleby lo scrivano di Melville, Il giro di vite di Henry James, Lo scialle andaluso di Elsa Morante. Anche O’Hara non si lascia sfuggire nessuna delle prerogative messe a disposizione da questa lunghezza intermedia, di per sé difficile perché gli editori in genere non sanno dove collocarla (ma Giorgio Manganelli era solito ammonire: «Beati i libri senza collana»). Immagina di baciare Pete, il secondo tassello della trilogia può essere letto non soltanto come un ritratto disilluso del matrimonio, ma anche come uno strepitoso compendio su che cosa voglia dire scrivere una novella.

Ecco come Jim Malloy descrive un vecchio amico che l’ha invitato al suo matrimonio: «Pete e io non eravamo mai stati amici intimi e quando ci separammo per andare a scuole superiori diverse e, più tardi, Pete a Princeton e io a lavorare, mantenemmo quei rapporti tra giovanotti che si conoscono dall’infanzia senza aver creato alcunché di durevole e affettuoso». È un’arte da equilibrista, quella della novella, fatta di sintesi estese e variazioni contratte. Consente di essere torniti e al contempo frastagliati, minuziosi ma non pedanti, dettagliati, ma non per questo iperrealisti, descrittivi ma non manieristici, attenti osservatori della società ma non sociologi. Impresa che a John O’Hara riesce in pieno.