Occupazioni e le difficoltà degli adulti
La libertà non è star sopra un albero
C’è una cosa che mi colpisce, ogni volta che si discute di occupazioni studentesche: la rapidità con cui il dibattito si sposta dalle ragioni della protesta alle sue modalità. Si discute di regole, di democrazia, di forme legittime e illegittime di dissenso, si dispensano lezioni di partecipazione proprio mentre si contesta a ragazze e ragazzi la possibilità di esercitarla fuori dagli spazi e dalle forme che gli adulti hanno stabilito per loro. Si celebra la cultura, ma si guarda con sospetto chi prova a tradurla in azione. Mi chiedo quanto siano ancora vive, in bocca a chi le pronuncia, parole come democrazia, responsabilità, impegno. La conoscenza, certo. La cultura, certamente. Ma per fare che cosa? A che serve imparare a leggere e interpretare il mondo, se poi non siamo disposti a riconoscere a ragazze e ragazzi la possibilità di intervenire su di esso? Che valore ha un pensiero critico che non può misurarsi con la realtà, che non può tradursi in scelte, prese di posizione, conflitti? E che idea di conoscenza stiamo trasmettendo, se la consideriamo un traguardo individuale anziché uno strumento per comprendere e trasformare ciò che ci circonda? Non credo che il conflitto sia sempre giusto, né che ogni occupazione sia necessariamente un’esperienza democratica. Credo, però, che sia uno degli strumenti attraverso cui la democrazia si mantiene viva, soprattutto quando le sue forme istituzionali non riescono più a offrire spazi sufficienti di partecipazione. Quando le persone non si sentono rappresentate e le decisioni sembrano sottratte alla possibilità di essere discusse, il dissenso può diventare un modo per riaprire uno spazio che si è chiuso. Le occupazioni studentesche delle scuole riportano al centro una questione che riguarda tutta la città: quale posto riconosciamo alle nuove generazioni nella vita collettiva? Dove possono incontrarsi senza dover consumare qualcosa? Dove possono costruire un pensiero comune e provare a cambiare le cose? Non basta chiedersi se occupare una scuola sia legittimo o quali forme di protesta siano accettabili. Bisogna guardare anche a ciò che rende queste esperienze necessarie, ai bisogni che esprimono e alle possibilità di partecipazione che altrove sembrano mancare.
Per molte ragazze e molti ragazzi, la scuola occupata diventa uno spazio in cui incontrarsi, discutere, organizzarsi e sperimentare una responsabilità collettiva. Non significa che ogni occupazione sia consapevole, condivisa o capace di produrre cambiamenti, ma che dentro queste esperienze possono aprirsi possibilità che non dovremmo liquidare prima ancora di averle comprese. C’è chi entra in queste dinamiche quasi per caso. Ragazze e ragazzi che non hanno una particolare consapevolezza politica, non partecipano abitualmente alle assemblee e non sanno bene che cosa aspettarsi da un’occupazione. Poi restano. Ascoltano una discussione, partecipano a un’assemblea, prendono parte a un incontro. Fanno domande, si confrontano con chi ha esperienze e idee diverse, incontrano parole per nominare questioni che non avevano mai considerato. Siamo abituati a pensare che prima venga la conoscenza e poi la partecipazione: bisogna studiare, informarsi, acquisire gli strumenti necessari e soltanto dopo intervenire consapevolmente nella realtà. Ma non sempre funziona così, spesso, anzi, è proprio la partecipazione a generare il desiderio di conoscere. E la conoscenza che si dissemina dal basso è una mano santa. Circola tra pari, si costruisce nel confronto, mette in moto domande nuove. Non è necessariamente ordinata, completa o priva di errori, ma può innescare percorsi di apprendimento che altrimenti non sarebbero mai cominciati. Eppure, siamo spesso poco disposti a riconoscerle valore, soprattutto quando prende forma fuori dai luoghi e dalle gerarchie che tradizionalmente stabiliscono chi insegna e chi impara. La cattedra, d’altronde, è anche una posizione simbolica: rappresenta un’idea di autorità che si considera legittimata a stabilire chi parla, quando si parla, quali domande sono pertinenti e quali forme di dissenso possono essere ammesse. Non riguarda soltanto chi insegna, né descrive indistintamente il mondo docente. Riguarda il rischio di sentirsi messi in discussione ogni volta che chi apprende smette di occupare il posto che gli è stato assegnato. Come possiamo educare alla democrazia se non siamo disposti ad accettare che chi stiamo educando entri in conflitto con noi? Chi apprende non è soltanto destinatario di un sapere, ma soggetto capace di produrne. A inizio ottobre, sulla rivista La ricerca di Loescher, ho letto il resoconto di un convegno dedicato alle letture di ragazze e ragazzi. Nelle conclusioni, l’autrice riferisce che, tra le reazioni raccolte a margine dell’incontro, ricorreva la sorpresa per la capacità delle ragazze di prendere parola, argomentare le proprie idee e trasmettere l’entusiasmo che i libri sanno suscitare in loro. Una docente, in particolare, ha ammesso di non aver mai chiesto alle proprie studentesse che cosa amassero leggere. Un’ammissione dura da affrontare, non tanto per ciò che la docente non sapeva, ma per il fatto che non avesse mai pensato di domandarlo.
Ecco perché sono insufficienti le lezioni di chi ricorda che le rivoluzioni si fanno con la penna e con la conoscenza. Non c’è opposizione tra lo studio e la mobilitazione, tra la cultura e il conflitto: le conoscenze possono orientare l’azione, ma è anche l’azione a generare domande, alimentare la curiosità e aprire nuove possibilità di apprendimento. La responsabilità riguarda anche chi, nella società, dispone già di spazi, competenze e possibilità di intervento. Non possiamo lamentarci della passività dei giovani se, quando provano a sottrarsi a essa, li lasciamo soli. Né chiedere loro di credere nella partecipazione se abbiamo smesso di praticarla come esperienza collettiva. Sostenere le mobilitazioni non significa approvare ogni scelta o rinunciare a discuterne i limiti, significa riconoscere le domande che sollevano, mettere a disposizione spazi e occasioni di confronto. Perché, poi, quale normalità stiamo difendendo? Quella di scuole che hanno bisogno di risorse e manutenzione, mentre si investe nel riarmo? Di un diritto allo studio che dipende sempre più dalle condizioni economiche delle famiglie? Di politiche che restringono gli spazi dell’inclusione? Di guerre a cui ci abituiamo, di persone costrette a fuggire, di disuguaglianze che consideriamo inevitabili? Cos’è una società che si limita ad osservare le mobilitazioni delle persone giovani, giudicandole o chiedendo loro di rispettare le regole del confronto democratico? Bisogna sostenerle, stare al loro fianco, riconoscere nelle loro rivendicazioni questioni che riguardano tutte e tutti. Perché il diritto allo studio, la giustizia sociale, l’inclusione, la pace, la possibilità di immaginare un futuro diverso non sono battaglie dei giovani: sono battaglie collettive, sono diritti di tutte e tutti. E se ragazze e ragazzi si mobilitano per difenderli, la domanda non dovrebbe essere se ne abbiano il diritto, ma perché una parte così ampia della società adulta non sia al loro fianco.
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