Le classifiche non si discutono, sono. E c’è poco da dire se da diverse settimane La misura del tempo di Gianrico Carofiglio è il libro più gettonato dagli italiani. Ma per favore non si dica che è un libro garantista, coraggiosamente garantista, come qualcuno ha detto o scritto. Con La misura del tempo ritorna un vecchio protagonista dei romanzi di Carofiglio, l’avvocato Guido Guerrieri. Sulla cinquantina, affasciante, molto attento ai suoi muscoli e al suo cervello, e piacente, soprattutto alle donne più giovani di lui. Le cinquantenni, nel romanzo, invecchiano male, invece l’avvocato, grazie alla boxe e al talento, resta sempre in forma. E, cedendo alle richieste di una sua ex – ora sfiorita e triste e con la sigaretta sempre accesa, mentre prima era molto bella – decide di difendere il figlio accusato di omicidio volontario.

Nonostante Guerrieri-Carofiglio non sia convinto della sua innocenza decide di accettare l’incarico. Fa cioè quello che un avvocato è tenuto a fare: garantire il diritto alla difesa. Ma in un’Italia devastata dal giustizialismo, anche un atto scontato, banale, diventa frutto di coraggio e di garantismo. Ma è qui l’errore. Perché leggendo il romanzo, ci si rende conto dell’esatto opposto: Carofiglio difende, sì, una persona accusata di omicidio volontario, riuscendo dopo varie traversie a dimostrare la sua non colpevolezza, ma prima ci tiene a precisare: oh, cari lettori e care lettrici (possibilmente trentenni) non scherziamo con il fuoco, gli innocenti che finiscono in galera sono pochissimi, un caso raro, e la galera pullula di colpevoli. Non ci credete? Lascio la parola al romanzo: «Parecchi di coloro che vengono indagati per un omicidio sono colpevoli, molti di quelli che vengono rinviati a giudizio sono colpevoli, moltissimi – la stragrande maggioranza – di quelli che vengono condannati per omicidio in primo grado sono colpevoli».

Carofiglio è un ex magistrato e, come si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio e, nonostante la scelta di un personaggio che veste i panni della difesa, il cuore batte all’unisono con quello di Davigo, convinto che – scava scava – quasi tutti, se non tutti hanno commesso un reato, basta trovarlo.  Si potrebbero dire molte cose di questo romanzo: la sua sciatteria linguistica, la narrazione stentata, i luoghi comuni. Questo rientra nel gusto personale che come tale è parziale e sempre contestabile. Ma una cosa è certa: di garantismo in questo giallo non c’è traccia.

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