Nato a Lione, il 25 aprile del 1941, Bertrand era figlio del poeta René Tavernier. E la letteratura, la poesia, l’arte, la musica hanno costruito il suo tocco, il suo stile, classico quanto può esserlo un raffinato regista che si muove con il gusto e l’amore per le altre arti. Ecco cosa era Tavernier che ieri è morto all’età di 79 anni. Un classico. Ma fuori tempo. E per scelta. Nel 1974 il suo vero esordio con L’orologiaio di Saint Paul un film tratto dal romanzo di Georges Simenon. È il 1974 e da più di un decennio in Francia la nouvelle vague impazza, stravolge le regole si accanisce, giustamente, contro “il cinema di papà”; cioè contro il linguaggio più tradizionale che aveva preceduto il gruppo di registi che si riuniva intorno alla rivista Cahiers du cinéma.

Per fare qualche esempio, Quattrocento colpi di Francois Truffaut è del 1959, Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard è del 1960. Avevano messo il turbo al cinema, avevano polverizzato le buone maniere, le immagini leccate, guardavano al cinema americano di Alfred Hitchcock considerato da tutti loro un maestro. Tavernier sta in mezzo: non rinnega il cinema del passato, a cui invece fa riferimento, collabora anche con la nouvelle vague, ma lui resta un “impressionista” come la pittura che precede le avanguardie e che lui omaggia nel film Una domenica in campagna. Certo, rivedendo la sua filmografia sono tanti i titoli che rischiano di passare inosservati, proprio perché tradizionali, ben fatti, ben recitati, ben sceneggiati ma niente che resti indelebile.

Eppure un paio di suoi film meritano di stare nel firmamento del cinema mondiale. Sicuramente, lo merita, Round Midnight (1986), forse il miglior film sulla storia della fase più travolgente del jazz, quella del be-bop. La storia racconta la vita di uno dei grandi miti, Dexter Gordon, ma attraverso la sua biografia si narra quel filo rosso che univa negli anni Quaranta New Orleans, New York e Parigi. Parliamo di artisti come Lionel Hampton, Tadd Dameron, Charles Mingus, Louis Armstrong, Dizzy Gillespie. Tavernier riesce a restituire l’humus di quella musica, la poesia dei suoi personaggi, la vita e la morte che vibravano dietro i loro strumenti a fiato. Parigi fa da sfondo alla malinconia di tanti musicisti senza patria che nella capitale francese però avevano trovato il modo di affermare il loro talento, ma non di mettere a tacere lo spirito maledetto che si cela anche, soprattutto, nelle pieghe del jazz. (Ps: A questo proposito per chi ha amato il film o lo amerà, leggete anche il libro Ecco i blues, biografia romanzata e pazzesca del musicista Milton “Mezz” Mezzrow, uno dei pochi bianchi del be-bop, ma talmente nero dentro che tutti lo scambiavano per un afroamericano. Anche lui arriva a Parigi. Anche lui descrive le atmosfere magiche di Round Midnight).

Un altro film che mettiamo sul piedistallo è La morte in diretta, il film del 1980 con Romy Schneider, Harvey Keitel, Max von Sydow. È un film “riformista”, per come questo giornale interpreta il riformismo dal punto di vista dell’informazione. E cioè un film contro l’ossessione per le dirette che non dicono nulla, che mettono in scena l’orrore senza spiegarlo, che ci portano a spiare gli altri dal buco della serratura (con telecamere, intercettazioni, trojan e quant’altro) per poi sputtanarli nel grande palcoscenico di tutto fa spettacolo. Qui siamo ancora agli albori di questo meccanismo mefistofelico. Romy Schneider interpreta una scrittrice di best seller che scopre di avere pochi mesi di vita. Una tv le offre dei soldi per registrare la sua morte in diretta.

Inizialmente rifiuta poi accetta per soldi, ma non riesce a rispettare i patti e fugge. Ma nel mondo del Grande fratello non si può fuggire. Siamo controllati, spiati, sotto assedio. Dopo 40 anni le peggiori paure si sono avverate, la morte in diretta è diventata routine, levando anche alla morte quell’elemento di unicità che dovrebbe renderla sacra. Oggi è tutto in diretta, morte e vita. Tutto spiato attraverso occhi invisibili. Sì, Tavernier, aveva ragione. Ma mentre prima destava scandalo, adesso ci siamo assuefatti. Ma non tutti, non del tutto. Non per sempre. Almeno si spera.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica