Con la rinazionalizzazione di Autostrade per l’Italia si conclude una travagliata e infelice storia italiana cominciata il 14 agosto 2018 con il crollo del viadotto Morandi. Il governo Conte Uno – espressione delle forze politiche più stataliste e anti-mercato del parlamento italiano, M5S e Lega – si intestò la battaglia per ottenere lo scalpo dei concessionari privati, condannati dopo un processo sommario di poche ore svoltosi in favore di telecamere e conclusosi in tempo per i funerali delle vittime. Giuseppe Conte dichiarava, fra le macerie fumanti, «non possiamo aspettare i tempi della giustizia italiana», come se lui fosse stato un turista canadese in vacanza e il problema dei tempi della giustizia non lo avessero riguardato affatto.

Là dove era possibile e sensato pretendere dal concessionario – in quanto tale, cioè a prescindere dalle responsabilità – il ripristino a proprie spese del manufatto, si preferì intraprendere la strada, più redditizia dal punto di vista elettorale, della (annunciata) revoca della concessione. Aprendo così a un contenzioso dall’esito incerto e comunque costosissimo per il contribuente, che ci rimise di tasca propria i quattrini per la ricostruzione. La strada era così impervia che fu abbandonata: servì per indebolire Aspi sui mercati azionari ed esibire facce da duri nei talk show. Ma poi si preferì trattare per togliere Aspi dalle mani dei Benetton “con le buone”, e cioè comprandola. Così che alla fine è il contribuente a dare altri soldi ai Benetton, e non viceversa.

L’inadeguatezza delle manutenzioni – che attende conferma nel processo ma appare oggettivamente probabile – ha permesso alla politica di additare come unico colpevole la privatizzazione, causa di tutti i mali dalle guerre puniche in poi. E di propugnare così l’immediato ritorno a una taumaturgica nazionalizzazione, vero obiettivo del governo più statalista della storia repubblicana (si veda anche il caso Alitalia). È opinabile che il ricorso ai privati – vista come salvifica da Prodi & C. negli anni ’90 quando si dovevano colmare le fosse di bilanci pubblici devastati da decenni di clientelismo – sia il modo più efficiente ed efficace di gestire un’infrastruttura di trasporto con caratteristiche di quasi monopolio. Serverebbe infatti gare trasparenti, contratti di servizio, controlli e sanzioni efficaci, e non – come è avvenuto in Italia – affidamenti diretti senza gare e reiterate proroghe concesse per tempi molto lunghi con il pretesto di nuovi investimenti funzionalmente connessi. Una gestione pubblica delle autostrade è quindi del tutto plausibile, soprattutto in paesi dove gli apparati pubblici presentano un accettabile grado di efficienza (forse in Canada, appunto).

Il ritorno del pubblico, tuttavia, non garantisce di per sé migliori risultati, e neppure il superamento dei problemi posti dalla privatizzazione: le tariffe sotto Cdp saranno le stesse di prima, l’obiettivo del profitto sarà perseguito anche dai nuovi manager, l’asimmetria di informazioni fra concessionario e concedente non sarà colmata. Permette invece di nascondere sotto il tappeto le colpe politiche sul Morandi: il rifiuto di una nuova infrastruttura (osteggiata dal M5S e da altre forze politiche) che avrebbe “scaricato” il viadotto dal conclamato eccesso di traffico che ne causò l’ammaloramento, e la devastante burocrazia che rallentò per anni i lavori straordinari che erano stati certificati come urgenti.

Si poteva partire dalle macerie del Morandi per intervenire su tre gravi mali italiani: le privatizzazioni senza regole né gare e né controlli, che favoriscono la ricerca criminale del profitto a tutti i costi e gettano discredito sulle virtù della concorrenza; la politica cinica che segue la “pancia” di vere o presunte constituencies elettorali; la burocrazia onnipresente e tentacolare come il rampicante rossastro della Guerra dei Mondi del romanzo di H.G. Wells (e del film di Spielberg). Si rischia invece di ridare forza a un altro grande topos della nostra economia malata: l’inefficiente gestione pubblica di gangli vitali dell’apparato produttivo del paese. Ovviamente, speriamo di sbagliarci.