Politica
La nuova legge elettorale è piena di forzature gravissime
Si vota una nuova legge elettorale che, nelle intenzioni rivendicate da Giorgia Meloni, dovrebbe puntare dritta alla governabilità. Ma la realtà dei fatti la mostra in palese contraddizione con i principi fondamentali della democrazia e della rappresentatività. Il premio di maggioranza extralarge, i capolista bloccati senza garanzie per la parità di genere e l’aumento vertiginoso delle firme richieste per i movimenti che vogliono competere per entrare in Parlamento rappresentano forzature gravissime. Soprattutto in un Paese in cui, ormai, vota un italiano su due. Il rischio concreto è quello di ritrovarsi con un governo che è l’espressione di una esigua minoranza, legittimato da urne semivuote. L’ossessione della governabilità non può e non deve diventare un’arma per infliggere un vulnus irreparabile al tessuto democratico del Paese.
L’abbandono del proporzionale
Ma c’è di più. Questa deriva ha portato ad abbandonare la strada maestra indicata dai costituenti – quella del proporzionale – per inseguire a tutti i costi il mito del sistema maggioritario. Il risultato sotto gli occhi di tutti è la continua e sterile modifica della legge elettorale a ogni stagione politica, senza mai trovare una quadra definitiva. Una girandola legislativa che ha l’effetto peggiore: limitare progressivamente e in modo subdolo il diritto del cittadino alla scelta e alla partecipazione. A ben vedere, la storia repubblicana smentisce clamorosamente il dogma secondo cui il maggioritario garantisce efficienza e cambiamento: con il proporzionale si sono fatte le grandi riforme, mentre con il maggioritario non se ne è vista nemmeno una significativa.
Ambiguità politica
Ancora oggi, ironia della sorte, continuiamo a vivere di rendita sulle riforme strutturali che sono state create e approvate da governi e parlamenti espressione di un sistema proporzionale e di una maggiore partecipazione al voto da parte dei cittadini. Inoltre, costringere forze politiche spesso eterogenee e disomogenee a coalizzarsi per forza rende quasi impossibile produrre programmi di governo con orientamenti e obiettivi chiari. A farla da padrona è l’ambiguità politica, che finisce per rendere del tutto inefficace la tanto sbandierata stabilità.
Il cortocircuito
Questo cortocircuito è evidente soprattutto nell’area progressista, dove assistiamo a una contrapposizione perenne tra anime diverse che rende difficile, se non impossibile, un vero programma condiviso. Vengono spontanei i dubbi sulla reale capacità di governare con successo in caso di vittoria. Se a questo si aggiunge la storica difficoltà del Partito Democratico nel trovare quel famoso “amalgama” invocato a suo tempo da Massimo D’Alema, il quadro si completa: manca un’identità chiara e definita capace di indicare con trasparenza la strada da percorrere. Per avere partiti e movimenti politici capaci di definire senza ambiguità la propria identità – spiegando chiaramente cosa vogliono fare davvero per il Paese – bisogna avere il coraggio di liberarsi dalla camicia di forza del maggioritario e dell’alleanza a tutti i costi. Un’offerta politica nitida, riconoscibile e scevra da compromessi innaturali è l’unica vera chiave per arginare la marea montante dell’astensionismo e restituire valore e dignità al voto dei cittadini.
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