La partita del centrodestra in vista delle prossime elezioni politiche non riguarda soltanto la forza dei singoli partiti, ma anche la capacità di intercettare quell’elettorato moderato e mobile che potrebbe risultare decisivo nella competizione. È in questo spazio che si colloca l’ipotesi di una lista civica riconducibile a Giorgia Meloni: un’operazione che, se venisse realizzata, avrebbe l’obiettivo di allargare il perimetro del consenso oltre il tradizionale bacino di Fratelli d’Italia.

Il progetto resta al momento un’ipotesi politica, ma la sua stessa circolazione sta alimentando interrogativi soprattutto dentro Forza Italia. Gli azzurri potrebbero infatti trovarsi a competere, all’interno della stessa coalizione, con un soggetto direttamente collegato alla presidente del Consiglio e costruito per parlare a un elettorato che non si identifica necessariamente nella storia e nell’identità di Fratelli d’Italia. La strategia avrebbe una sua logica anche nella necessità di mantenere distinti due obiettivi. Da una parte FdI dovrebbe continuare a presidiare il proprio spazio politico, soprattutto alla luce della presenza di Roberto Vannacci e del tentativo di consolidare una proposta autonoma a destra. Dall’altra, per ampliare il consenso complessivo, potrebbe essere necessario rivolgersi a un pubblico diverso: imprenditori, professionisti, amministratori locali e moderati che possono guardare con interesse al governo ma non sentirsi pienamente rappresentati dall’identità politica di Fratelli d’Italia. È proprio qui che nasce la preoccupazione di Forza Italia.

Una lista civica collegata alla premier non aggiungerebbe necessariamente soltanto voti al centrodestra: potrebbe anche ridistribuire quelli già presenti nella maggioranza, modificando i rapporti di forza tra i partiti alleati. Alcuni segnali politici vengono letti in questa direzione. Il tema dell’abolizione del bollo auto, piuttosto che la discussione sul limite alla presenza degli alunni stranieri nelle classi e quella sul burqa, consentono a Meloni di rivolgersi a segmenti differenti dell’elettorato. Sono temi diversi tra loro, ma capaci di costruire una comunicazione che non si limita al tradizionale profilo identitario della destra. Da Fratelli d’Italia, tuttavia, viene respinta l’idea che l’obiettivo sia quello di sottrarre consenso agli alleati. Il ragionamento ufficiale resta quello del rafforzamento dell’intera coalizione. Ma, in una fase preelettorale, anche la percezione degli alleati costituisce un elemento politico. E il timore degli azzurri segnala che il problema non è soltanto quale spazio possa conquistare Meloni, ma quale spazio possano conservare gli altri partiti della maggioranza.

A complicare il quadro, le incognite sulla legge elettorale in discussione. L’impianto prevede un sistema proporzionale accompagnato da un premio di maggioranza per chi raggiunga il 42 per cento dei voti, con 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi, entro i limiti massimi previsti per i due rami del Parlamento. Se nessuno raggiunge la soglia, il premio non scatta e i seggi vengono distribuiti proporzionalmente. Il testo prevede inoltre l’indicazione del candidato premier insieme al programma e introduce un meccanismo di preferenze. La soglia del 42 per cento rende quindi particolarmente importante la capacità delle forze politiche di aggregare consenso. Non conta soltanto la dimensione dei singoli partiti: conta anche la capacità di raggiungere elettori che non hanno un’appartenenza politica stabile e che possono orientare la propria scelta nelle fasi finali della campagna. Le prossime settimane diranno se l’ipotesi resterà nel campo delle indiscrezioni oppure se prenderà una forma politica concreta. Nel frattempo, il centro è tornato a essere uno dei terreni decisivi per le prossime elezioni.