Politica
La macchia indelebile nella storia del Pd: vota con Vannacci sull’antisemitismo
C’è un documento che il Partito democratico farebbe bene a rileggere prima del 2 ottobre, quando il disegno di legge sull’antisemitismo arriverà nell’Aula di Montecitorio. È la risoluzione con cui il Parlamento europeo, nel giugno 2017, chiese agli Stati membri di adottare e applicare la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA.
Tra i firmatari della proposta, per il gruppo socialista, c’era Elly Schlein. Non è un dettaglio d’archivio, è la chiave per leggere ciò che sta accadendo. Quella definizione non è arrivata in Italia per iniziativa della destra, dipinta volutamente sempre come cattiva e dalla quale trovarsi sempre dalla parte opposta: l’ha accolta il governo Conte II nel gennaio 2020, con ministri democratici al tavolo, l’ha confermata il governo Draghi, ne ha fatto l’architrave della Strategia nazionale di lotta all’antisemitismo. Il Partito democratico non l’ha subita. Ha contribuito a costruirla.
Oggi lo stesso partito, dopo l’astensione al Senato, annuncia il no alla Camera se l’articolo 1 non verrà riscritto. Che cosa sarebbe cambiato? Non la definizione, che è la stessa del 2016. Non l’antisemitismo, che dal 2023 è cresciuto del 400 per cento secondo i dati del CDEC. È cambiato il quadro politico. Le piazze in cui si grida “dal fiume al mare” sono diventate un bacino elettorale da non scontentare, l’alleanza con M5S e Avs un vincolo più forte della coerenza, l’opposizione al governo Meloni un riflesso esteso anche a un terreno che dovrebbe restarne fuori. Il risultato è paradossale: su questa legge il Pd vota come il Generale Vannacci, il personaggio nuovo dell’estrema destra italiana. Futuro Nazionale ha annunciato il suo no, benché alcuni suoi deputati avessero firmato in passato un testo fondato proprio sulla definizione IHRA. Traiettorie opposte, stesso punto di arrivo: rinnegare ciò che si era sottoscritto. E quando una forza progressista si ritrova su questa linea, la domanda non riguarda Vannacci. Riguarda il Pd.
La segreteria sostiene che il problema sia tecnico: la definizione sarebbe troppo ampia e finirebbe per comprimere la possibile critica a un governo dello Stato di Israele. Il testo dice altro. Il ddl nella sua forma oggi in discussione non introduce nuovi reati, perché le condotte punibili restano quelle già previste dalla legge Mancino, e fa salve in modo espresso la libertà di critica politica e di espressione. La stessa definizione IHRA precisa che le critiche verso Israele analoghe a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non sono antisemitismo. Nessuno sarà perseguito per aver contestato un governo israeliano. Chi sostiene il contrario non descrive la legge: agita un fantasma utile a coprire una difficoltà politica.
Quanto all’alternativa proposta con M5S e Avs, la Jerusalem Declaration, non è una soluzione più garantista. Esclude invece dal proprio perimetro proprio le forme di antisemitismo oggi più diffuse, quelle che passano per la demonizzazione di Israele e attribuiscono agli ebrei, in quanto tali, la responsabilità delle scelte di un governo. Non attenua l’antisemitismo: gli lascia spazio. Perché con il ddl antisemitismo non è in gioco il diritto di criticare un governo israeliano né per assurdo negare diritti al popolo palestinese. È in gioco la libertà degli ebrei italiani di vivere in sicurezza nel proprio Paese, e la possibilità per lo Stato di dotarsi di uno strumento condiviso in Europa per riconoscere l’antisemitismo e combatterlo davvero.
C’è poi una responsabilità che non si può più eludere. Chi in questi mesi ha condiviso palchi e piazze dove si scandiva “dal fiume al mare”, senza prendere le distanze da quelle parole, credo non sia nella posizione di spiegare alle istituzioni, né quelle dello Stato né quelle ebraiche, come si combatte l’antisemitismo. Tacere su quello slogan non è neutralità: è una responsabilità politica grave, perché quelle parole non restano nei cortei e incidono negativamente su una comunità che fa parte del popolo italiano. Dentro il Pd c’è chi lo ha capito. I senatori che a Palazzo Madama hanno votato sì, Graziano Delrio che ha difeso il testo, Lia Quartapelle che ha definito un errore la linea del no. Il loro è un gesto di coraggio, e merita stima per una coerenza etica e morale che non si piega alle convenienze del momento. Il partito dovrebbe dire loro grazie invece di emarginarli e condannare senza esitazioni chi ha invocato nei loro confronti liste di proscrizione.
Un partito che ha sempre fatto della lotta per i diritti un elemento fondativo della propria identità non può rifugiarsi dietro la formulazione di un emendamento. La lotta all’antisemitismo non è una bandiera del governo oggi in carica né una richiesta di parte: è un banco di prova per la democrazia italiana. Il Pd lo sapeva nel 2017 a Bruxelles e nel 2020 a Palazzo Chigi. Fino al 2 ottobre ha ancora il tempo per ricordarlo e tornare sui propri passi. Dopo, quel voto resterebbe una macchia indelebile nella sua storia.
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