Il vento è cambiato o, per meglio dire, è ritornato sui suoi passi: quelli che dopo il referendum avevano garantito – con la concorrenza a destra di Futuro Nazionale – al cosiddetto “campo larghissimo” di conquistare per somma la vittoria nei sondaggi, alimentando il mito che solo aprendo a Vannacci Meloni potrà vincere le elezioni politiche. L’idea di fondo è che accettare i diktat dei frondisti sia l’unica chance di ribaltare i pronostici. Del resto, fanno notare in molti, con il generale e la sua “sporca dozzina” in coalizione la vittoria è già certa.

Ma il rischio politico di una mossa simile è tutt’altro che semplice, soprattutto per una coalizione come il centrodestra che ha la responsabilità del governo sulle spalle e un posizionamento chiaro e netto su temi internazionali sui quali la creatura vannacciana vacilla, per non dire che strizza l’occhio a mondi e realtà poco in linea con l’Occidente; e da solo lo stile “stiamo nella NATO alla turca” annunciato dal Generale nel salotto televisivo di Bruno Vespa non basta. Peggio ancora, finirebbe per viziare un percorso politico che ha rappresentato il vessillo del successo nella cavalcata trionfale di Giorgia Meloni: la svolta conservatrice. Il conservatorismo non più come parte del pantheon valoriale della destra, ma come elemento essenziale, fulcro e cuore di una destra moderna e capace di sintetizzare al suo interno sfumature e complessità altrimenti disperse nell’etere dell’irrilevanza politica, a giovamento e beneficio politico della sinistra.

Svolta che si è inserita pienamente nel solco di quella prima e storica “svolta di Fiuggi” con la nascita di Alleanza Nazionale e nell’intuizione meloniana di guardare a Fratelli d’Italia non come la mera restaurazione di AN, ma come “ciò che il Popolo della Libertà doveva essere e non è stato”: il grande partito conservatore, cattolico, patriottico e liberale sul piano economico. Una destra forte della sua tradizione ma sempre in cammino, mai postuma come molti vorrebbero pensarla e raccontarla, ma sempre protagonista perché in grado di leggere la realtà e di agire nel tempo presente con gli strumenti adatti. Non post-ideologica, perché pre-ideologica, animata da quei principi permeanti che fanno del conservatorismo la grande eccezione di successo.

Ora però, in vista delle prossime elezioni e con una sinistra sempre più a sinistra, Giorgia Meloni ha davanti a sé la grande opportunità di osare, di spingere il processo in una fase mai testata, benché immaginata da una mente lucida, acuta e brillante come quella di Pinuccio Tatarella, quando prima di morire prematuramente preannunciò in una celebre intervista a Giancarlo Perna apparsa su Il Giornale il suo progetto di “voler portare il polo oltre il polo”. Perché, come disse allora Tatarella: “Non c’è altro da fare. Il Polo cresce se va al centro e il centro si impone se sta col Polo”.

Un tema più attuale che mai oggi con un centro che, guardando a sinistra al “campo largo”, tradirebbe sé stesso per finire fagocitato dall’agenda della sinistra radicale. Come accadde nel 1996 quando i centristi si fecero affascinare dall’Ulivo prodiano e, come ricordò Tatarella: “Noi li ammonimmo: badate che il centro, nel centrosinistra, sarà guidato dalla sinistra”. Accadde allora, riaccadde nel 2006 con il naufragio dell’Unione sempre targata Prodi e potrebbe accadere ancora se il centrodestra non farà quel passo ulteriore, storico e persino necessario, andando oltre l’attuale polo (la coalizione di governo) e costruendo con e verso il centro un contenitore civico di cui la Premier possa essere la federatrice.

La lista civica nazionale potrebbe essere il contenitore costruito sui temi impellenti per il Paese: nucleare, politica estera, difesa della proprietà contro la patrimoniale e i rigurgiti tardo-comunisti della sinistra, coinvolgendo energie nuove e superando steccati che potrebbero favorire una sinistra ancora in panne sul piano della costruzione politica di un’alternativa, ma già consegnata al populismo contiano con guarnizione eco-folle. Forse è arrivato il momento di varare un nuovo Blocco Nazionale per il bene e il futuro dell’Italia.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.