Le elezioni suppletive di Reggio Calabria sono state una vera e propria boccata d’ossigeno dopo mesi di narrazioni nefaste, indirizzate a raccontare la fronda vannacciana come un virus che avrebbe finito per erodere da destra la coalizione di governo. Il day after ha avuto però un sapore ben diverso: la roccaforte è salva, il campo largo è sconfitto e Vannacci è stato contenuto. Per quanto un voto per le suppletive non possa essere paragonato alle elezioni politiche giocate su scala nazionale, il vento sembra tornare a soffiare a destra e anche i sondaggi hanno registrato il controsorpasso sul campo largo che, anche nella sua forma larghissima, sembra impantanato tra i rivoli delle sue mille contraddizioni. Il centrodestra a Reggio Calabria ha vinto con il Rosatellum come legge elettorale e in un collegio uninominale: tutti elementi destinati a scomparire quando la Camera darà il via libera definitivo allo Stabilicum, avviando di fatto il timer del conto alla rovescia verso le elezioni. Ed è qui che le interpretazioni divergono, tanto nella maggioranza quanto tra gli osservatori. Primo fra tutti il quando si voterà, come primo dettaglio non propriamente marginale. Per molti, soprattutto ora, è necessario andare a scadenza naturale, e il motivo è semplice e ricorrente tra tanti nel centrodestra: perché rinunciare a sei mesi di governo, utili per agire con decisione su temi per esempio di natura economica che stanno di fatto ottenendo risultati oggettivi nel consenso?

Anche gli alleati non guardano con entusiasmo al voto anticipato: Matteo Salvini, non è un mistero, ha sempre auspicato un voto a ottobre a conclusione della legislatura, e così anche il vicesegretario di Forza Italia Roberto Occhiuto. Il rischio è che una mossa tattica metta in crisi una parte rilevante della strategia di una coalizione e di una leader che ha fatto della stabilità di governo il suo marchio di fabbrica. Come giustificare una “crisi di governo” pilotata? Del resto, non è un mistero che gli elettori non amino tecnicismi e politichese.

Poi c’è il “Colle”, perché lo scioglimento delle Camere è prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica e, per quanto le suggestioni abbiano un certo successo nel racconto giornalistico, Giorgia Meloni de iure non può convocare elezioni anticipate. La conclusione anticipata della legislatura dovrebbe passare inevitabilmente per le sue dimissioni una strada che obbligherebbe all’avvio di un iter consuetudinario che gli elettori di centrodestra, i più allergici ai bizantinismi, potrebbero non gradire. Portare la nave in porto a scadenza naturale potrebbe, al contrario, essere l’occasione non solo di blindare il dato storico, ma di trasmettere agli italiani quel senso di “missione compiuta” che annichilirebbe chiunque. Fino ad ora è un’operazione riuscita esclusivamente a Silvio Berlusconi – ma con nel mezzo un rimpasto di governo -, mentre Meloni ci arriverebbe con il suo primo esecutivo e con il sigillo della stabilità come punto di forza.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.