Lo stato di emergenza e le misure restrittive adottate per il contrasto all’epidemia hanno messo a dura prova la capacità di resilienza del paese: tutti gli ambiti della vita pubblica sono stati coinvolti, comprese le istituzioni e la dialettica democratica. Attraverso l’uso massiccio della decretazione d’urgenza; l’abuso dei Dpcm; l’impossibilità per il Parlamento di riunirsi in forma plenaria; le ordinanze delle Regioni spesso in contraddizione tra di loro; le difficoltà incontrate dalle assemblee elettive a tutti i livelli; il rinvio del referendum costituzionale e delle elezioni amministrative. Tutti sintomi di uno stato di crisi che acuiscono la debolezza della credibilità delle istituzioni.

La stessa vita dei partiti ha subito e continua a subire le conseguenze di questa condizione, a partire dall’impossibilità di convocare riunioni pubbliche, da quelle territoriali a quelle di maggiori dimensioni, che comporta il sacrificio della loro vita interna, a danno dei cittadini che vogliono concorrere all’indirizzo politico del paese. Gran parte dell’attività si è spostata su canali online, rigorosamente privati, le piattaforme social come le applicazioni per l’organizzazione di incontri telematici, a cui stiamo generosamente cedendo i nostri dati nel disperato tentativo di non interrompere la comunicazione. In uno scenario di regole interne già deficitario in materia di strumenti deliberativi, inesistenti in formato digitale, si è rafforzata la dimensione verticistica delle scelte. Concentrati sul covid-19, rischiamo di trascurare il virus dell’anti-democrazia, dell’anti-partecipazione, che oggi rischia di alterare i rapporti di forza delle e nelle organizzazioni, fino a pregiudicare il libero coinvolgimento dei cittadini. Si manifesta, per esempio, nell’impossibilità di intraprendere iniziative popolari quali referendum o proposte di legge, strumenti previsti dalla nostra Costituzione, ora inutilizzabili. La società civile, i movimenti, le associazioni che esercitano l’iniziativa popolare a tutti i livelli e che di norma non sono presenti nelle assemblee elettive vedono leso il loro diritto di iniziativa e di partecipazione.

Se le misure restrittive nel prossimi mesi vedranno un allentamento questo non significa che saranno abolite del tutto. L’uscita dall’emergenza sanitaria sarà lenta e graduale e c’è chi prefigura che niente sarà più come prima. Per limitare il danno alla salute della nostra democrazia è, per esempio, necessario interrogarsi subito su come consentire l’esercizio del diritto di voto a coloro che si troveranno in quarantena o a rischio di contagio in occasione dell’appuntamento referendario il cui rinvio è ipotizzato per settembre.

Nella Corea del Sud, in piena emergenza sanitaria e con 60 mila persone in isolamento, sono state svolte le elezioni per il rinnovo del Parlamento con la più ampia partecipazione mai registrata nel paese: il 26% dei voti è stato espresso per via postale. Il governo polacco con un colpo di mano, denunciato anche dalle autorità europee, lo ha introdotto per i quarantenati e gli over 60. Negli Stati Uniti è vivo più che mai il dibattito sull’estendere il voto postale in occasione delle prossime presidenziali, che si svolgeranno a novembre. Una modalità che in Italia è già prevista per i residenti all’estero.

Il ragionamento, però non può fermarsi al voto postale. Sarà impossibile, allo stato attuale, presentare liste che richiedono la raccolta di sottoscrizioni su appositi moduli in occasione delle prossime elezioni amministrative. Lo stesso problema che affligge le iniziative popolari. Come Radicali da tempo chiediamo di consentire la raccolta delle firme legate a iniziative popolari o alla sottoscrizione di liste elettorali per via digitale, attraverso il sistema Spid o altre forme di certificazione.

La trasformazione digitale in corso, che ci vede, volenti o nolenti, costretti a confrontarci con nuovi strumenti, deve investire anche la democrazia, in modo costruttivo. Può essere un’occasione di crescita e progresso, che consenta di rafforzare la garanzia del diritto di voto, del pluralismo e dell’iniziativa popolare. Dal coronavirus dobbiamo uscire con una democrazia più forte, non il contrario.

Massimiliano Iervolino e Leone Barilli