Politica
La politica non sa scrivere una legge elettorale perché non riesce più a parlare agli elettori
C’è un dato che la politica italiana evita accuratamente di pronunciare, ma che spiega meglio di ogni analisi la paralisi sulla legge elettorale: il timore del voto. Non il confronto sulle regole, non le differenze tra modelli, ma la paura concreta di misurarsi con gli elettori in un contesto di crescente sfiducia e di consenso sempre più volatile. Da settimane, la riforma della legge elettorale si trascina tra rinvii, vertici inconcludenti e dichiarazioni contraddittorie. Nel centrodestra, Fratelli d’Italia spinge per modificare il sistema attuale, mentre Lega e Forza Italia frenano, divise tra calcoli di convenienza e timori di perdere posizioni acquisite. D’altra parte il Partito democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra non riescono ad andare oltre la critica: denunciano, contestano, ma non costruiscono una proposta unitaria capace di reggere alla prova dei fatti.
I problemi della legge elettorale
Il punto, però, è che questa impasse non è il frutto di un eccesso di prudenza. È il prodotto di una debolezza politica strutturale. Una legge elettorale che restituisca davvero agli elettori il potere di scegliere – attraverso le preferenze o i collegi uninominali sul modello del Mattarellum – obbligherebbe i partiti a fare ciò che oggi evitano: chiarire alleanze, selezionare classi dirigenti credibili, presentare programmi verificabili. È qui che si scopre il nervo scoperto del sistema. I programmi non ci sono, o sono indistinguibili. Le parole d’ordine – crescita, sviluppo, equità – restano formule astratte, raramente tradotte in progetti concreti. In assenza di una proposta politica forte, la legge elettorale diventa un rifugio tattico, uno strumento per rinviare il confronto vero.
Milioni di cittadini hanno già scelto di non votare
In questo vuoto si inseriscono fenomeni che spesso vengono descritti come anomalie, ma che in realtà sono il prodotto del sistema. Figure come Roberto Vannacci non rappresentano la malattia, ma il sintomo: l’emersione di un disagio che la politica tradizionale non riesce a intercettare né a elaborare. Quando manca una classe dirigente capace di “metabolizzare” queste spinte, il sistema le subisce, oscillando tra demonizzazione e rincorsa, senza mai governare davvero. Intanto, fuori dai palazzi, il distacco cresce. Milioni di cittadini hanno già scelto di non votare. Non per disinteresse, ma per sfiducia. E pensare di riportarli alle urne con un ritocco delle regole è un’illusione. Senza una visione del Paese, senza obiettivi riconoscibili di modernizzazione e sviluppo, nessun sistema elettorale potrà invertire la rotta. Il dibattito, invece, continua a girare attorno a meccanismi che parlano più ai partiti che agli elettori: premi di maggioranza, liste bloccate, indicazione del premier. Tutti strumenti che incidono sugli equilibri di potere, ma che difficilmente ricostruiscono un rapporto di fiducia con chi vota o ha smesso di farlo.
Il prossimo Presidente della Repubblica
E in questo quadro appare ancora più stridente un altro fronte che si va aprendo: quello dell’elezione del Presidente della Repubblica. Mentre non si riesce a definire una legge elettorale condivisa e si approfondisce la distanza dagli elettori, i partiti già si muovono in ordine sparso, tra veti incrociati e tentativi di egemonia. Il rischio è evidente: trasformare una delle più alte garanzie dell’equilibrio costituzionale in un terreno di scontro tra schieramenti contrapposti, fino a produrre un Presidente non come espressione di una larga condivisione, ma come esito di una guerra politica. Così la legge elettorale finisce per essere ciò che non dovrebbe mai diventare: non la regola che garantisce rappresentanza e governabilità, ma il terreno su cui si consuma la crisi della politica. Una crisi fatta di identità deboli, coalizioni fragili e leadership incapaci di assumersi il rischio del consenso.
La politica italiana non riesce a scrivere una legge elettorale
La verità è più semplice e più scomoda di quanto si voglia ammettere: la politica italiana non riesce a scrivere una legge elettorale perché non riesce più a parlare agli elettori. E finché continuerà a temerli, gli elettori continueranno a ignorarla. E a quel punto, non sarà più un problema di legge elettorale. Sarà il segno di una democrazia che fatica a riconoscersi.
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