Nell’ultimo trimestre il Pil italiano – la ricchezza prodotta dal nostro Paese – è aumentato dello 0,1%. Sospiro di sollievo. A ogni rilevazione trimestrale siamo tutti lì col batticuore a verificare se il Pil è aumentato dello zero virgola, è stagnante o addirittura è diminuita. Ma quelle contingenti di breve periodo rischiano di coprire le preoccupazioni per l’andamento dell’economia italiana di lungo periodo. Di farci dimenticare che tuttora – unico grande Paese europeo – la ricchezza che produrremo nel 2019 sarà ancora di diversi punti inferiore a quella prodotta undici anni fa, nel 2008. Non siamo stati capaci di recuperare, dopo la grande crisi finanziaria di quegli anni. Di più: sono almeno tre decenni che l’Italia cresce meno (o diminuisce di più, in periodo di recessione) rispetto al resto dell’Europa. La differenza è stabilmente di un punto percentuale. Non c’è dubbio alcuno: quella italiana non è una crisi congiunturale che va osservata con gli occhiali del trimestre ma è una crisi strutturale che dura da almeno trent’anni. Un’eternità, in economia. Perché? Quali sono le cause di questa situazione che dovrebbe essere al centro del dibattito pubblico e di cui invece nessuno o quasi parla?

Quello economico è un sistema complesso e non c’è mai una causa unica. Tuttavia nel nostro caso una risposta, certo parziale ma molto significativa, è possibile indicarla. Da molto tempo – da almeno sessant’anni – abbiamo puntato tutto su un “modello di sviluppo senza ricerca”. E continuiamo a pagare il prezzo di una scelta da cui non riusciamo a uscire. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la fase veloce e tutto sommato felice della “ricostruzione”, l’economi italiana si è trasformata da agricolo in industriale. Siamo diventati la seconda manifattura d’Europa, secondi solo alla Germania. Ma questo processo che, all’inizio, ha consentito una crescita imponente – nessuno al mondo, tranne il Giappone, ha aumentato la propria ricchezza con il nostro ritmo – si è fermato bruscamente. Già nella seconda parte degli anni 80 del secolo scorso la nostra economia ha iniziato ad arrancare. Il motivo è che per un paio di decenni – gli anni 60 e gli anni 70 del secolo scorso – abbiamo scelto di svolgere il ruolo dei più poveri tra i ricchi. Così, sfruttando il basso costo relativo del lavoro e procedendo con una serie di “svalutazioni competitive” della nostra moneta, la lira, siamo riusciti ad arricchirci producendo in maniera altamente competitiva beni industriali a basso o a medio tasso di conoscenza aggiunto. La “nuova globalizzazione” però ha portato sulla scienza nuovi Paesi che si sono cimentati nella produzione industriale con un costo del lavoro decisamente inferiore al nostro. Nel medesimo tempo siamo entrati prima in un regime di cambi fissi con le altre monete europee poi nell’euro: una moneta forte e non svalutabile a piacere. Abbiamo perso contemporaneamente le due leve che potevamo azionare per dosare la nostra competitività. Ed è allora che è iniziato il declino del nostro paese: perché di questo si tratta. Avremmo dovuto, trent’anni fa, prendere atto delle mutate condizioni al contorno e tentare di modificare radicalmente la nostra specializzazione produttiva. Passare dai beni low-tech ai beni (e ai servizi) hi-tech. Da un “modello di sviluppo senza ricerca” a un “modello di sviluppo fondato sulla conoscenza”.

Altri Paesi lo hanno fatto, con estrema rapidità. Non solo la Cina, ma anche paesi di dimensioni analoghe o inferiori alla nostra, come la Corea del Sud. Tra parentesi, sono i Paesi che sono cresciuti di più al mondo negli ultimi decenni. Come hanno fatto? Prendiamo proprio la Corea del Sud a esempio. Il Paese asiatico – che è di medie dimensioni – negli anni 80 ha deciso di investire in maniera massiccia nella ricerca scientifica e nella formazione. Partiva da condizioni inferiori a quelle italiane. Oggi Seul è prima al mondo per intensità di investimenti in ricerca scientifica e tecnologica (spende il 4,5% del Pil in R&S) e quinta per investimenti assoluti, dopo Usa, Cina, Giappone e Germania. Nel medesimo temo detiene il record mondiale di giovani tra i 25 e 34 anni di età laureati: oltre il 70%. Con queste basi, la Corea del Sud è diventata una delle più avanzate “economie della conoscenza” al mondo. Fonda, in altri termini, la propria ricchezza sulla produzione di beni e di servizi ad alto tasso di conoscenza aggiunto. Non c’è solo la Corea, percorsi analoghi sono in corso in molti paesi e non solo nel sud-est asiatico. L’Italia invece non è riuscita – non ha pensato – a modificare la sua specializzazione produttiva. I nostri investimenti in R&S restano bassi (meno di un terzo in termini relativi a quelli coreani): appena l’1,2% rispetto a un Pil che è diminuito negli ultimi dieci anni. Il tasso di giovani laureati, nemmeno il 25%, è inferiore a tutti gli altri paesi dell’Unione Europea e anche a tutti i paesi dell’area Ocse tranne, forse, la Turchia. E tra quei pochi giovani che si laureano, molti vanno a lavorare all’estero: perché il nostro Paese non è in grado di assorbire neppure una quota minima di lavoro altamente qualificato. Certo, ci sono tante felici eccezioni. Ma il dato fondamentale è questo: l’Italia continua a illudersi di poter crescere fuori dall’economia della conoscenza. Di questa economia, debitamente modificata e resa più democratica, c’è sempre più bisogno per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità, sociale ed ecologica. In altri termini, la domanda per un cambiamento della specializzazione produttiva del nostro paese diventa ogni giorno più pressante.

Di qui, anche, un programma di azione politica che dovrebbe seguire tre grandi linee: aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo, cercando progressivamente ma sistematicamente di avvicinarci all’obiettivo indicato dall’Unione Europea: il 3%, un terzo a carico dello stato e due terzi a carico delle imprese. Nel medesimo tempo occorre un grande piano di investimento nella scuola e nell’università (un piano che prevede una radicale deburocratizzazione), per tentare di raggiungere almeno il 40% di giovani laureati. Infine occorre incentivare la trasformazione delle nostre imprese a bassa e media tecnologia in imprese (nell’industria e nei servizi) a alta tecnologia. O, più correttamente, ad alto tasso di conoscenza aggiunto. Poiché è difficile che un’impresa che produce divani o pipe in radica si trasformi in un’impresa specializzata in optoelettronica, è chiaro che bisogna incentivare una nuova imprenditorialità, fondata su giovani altamente specializzati. Questi tre percorsi non sono indipendenti. Ma fortemente correlati. Ce la possiamo fare da soli? Forse no. Ma è questo l’aiuto che dobbiamo chiedere all’Unione Europea: aiutateci nel concreto investire di più nella scienza e nella formazione. Aiutateci ad aumentare il numero di imprese fortemente innovative. Non è un programma di breve periodo. Ma se ben chiarito può essere compresso e appoggiato dall’opinione pubblica, soprattutto dai giovani. Perché è un programma per i giovani. Dopo trent’anni che lo abbiamo esorcizzato, possiamo iniziare a parlarne?