La “guardia reale”, gli angeli, i “guerrieri dello spirito”, dall’alto della loro fortezza nei cieli sorvegliano le “cose” umane. Soprattutto obbediscono agli ordini ricevuti e uno di loro si precipita ad annunciare a Maria e Giuseppe una realtà e un futuro sorprendenti. Ma anche sorvegliano, sovrintendono il percorso terreno di Gesù. Storditi un poco, nella misura in cui non capiscono bene che cosa stia accadendo.

Quando Gesù è nel deserto, tentato dal diavolo, cercano di intervenire per sottrarlo e proteggerlo ma comprendono che un intervento non è necessario. Angeli: un po’ adulti, un po’ bambini, strapazzati dalle guerre quando erano sulla terra, sofferenti per le ingiustizie del mondo ma comunque ascesi a un nobile compito. Scendono continuamente sulla terra, per ogni bambino che nasce, anche adesso, anche mentre sto scrivendo, anche mentre qualcuno sta leggendo, per non lasciare nessun bambino da solo. E qui ho copiato Affinati, perché la rilettura e riscrittura dei quattro Vangeli da parte di Eraldo Affinati inizia da queste figure silenziose, magiche nel senso positivo del termine, semplici; dentro e dietro le quali ognuno di noi può metterci figure protettive conosciute in qualche momento dell’esistenza. Dentro e dietro le quali ci sono le domande di ognuno. Sarà davvero Gesù? Sarà davvero Dio? Sarà, soprattutto, una storia davvero accaduta?

Il Vangelo degli Angeli di Eraldo Affinati (Harper Collins Italia, 2021, 498 pagine, euro 19,50) alle domande non risponde perché il lettore saprà farlo. Imposta la storia in tutt’altro modo, anzi nell’unico modo possibile: come un racconto umano, molto umano, dove campeggiano i sentimenti dei diversi protagonisti. Questo sembra essere un aspetto molto ben riuscito del lavoro: scavare nelle emozioni. Al di là dello scarno dettato evangelico, nella lingua essenziale e grammaticalmente semplice dei testi (a proposito: c’è un libro prezioso e oramai introvabile – mai più ristampato – di Rosa Calzecchi Onesti, Leggo Marco e imparo il greco, per dire quanto ci si può accostare all’altrimenti ostica lingua classica), Affinati innesta un’operazione tutt’altro che semplice. Vuole proiettare e guidare con mano il lettore in un’altra dimensione: l’immedesimazione per comprendere.

In proposito c’è una pagina particolarmente felice alla fine del racconto, quando Gesù è morto ed è anche risuscitato, ma gli apostoli ancora non sanno cosa fare della loro vita. Pietro è fotografato a riprendere il lavoro di pescatore sul lago di Tiberiade. «Reti da tirare in barca, esche da preparare, pulizie, controlli. Il solito giro. Era tornato a casa dalla moglie e dai figli che l’avevano accolto come un malato mentale improvvisamente guarito dalle proprie ossessioni. Gli assilli, i tormenti, le angosce che gli erano stati inculcati da quel fantastico rabbi parevano essere oramai acqua passata. Papà, rieccoti finalmente tra noi. Marito sempre amato, ora non andare più via. Non ci lasciare soli. La stagione esaltante appena trascorsa sembrava cancellata. Tutto, incredibilmente, finito. Svanito come un temporale di giugno. E le folle che ci seguivano entusiaste? Eclissate. I nostri compagni? Scomparsi. Anche loro hanno intrapreso il sentiero del ritorno? La lunga strada impolverata degli eserciti sconfitti? Abbiamo gettato le bandiere nei rigagnoli. Ci siamo tolti l’uniforme. Soprattutto ci chiediamo dove sia andato lui. Aveva promesso che non ci avrebbe abbandonati. Ma adesso siamo rimasti da soli, proprio come temevamo».

In poche pennellate, Affinati ci prende per mano dentro i dubbi di Pietro, dei suoi amici, di suo fratello. Finché Gesù ricompare di nuovo sulla riva del lago di Tiberiade, come la prima volta dice: gettate le reti; e la pesca diventa un evento grandioso. E la Storia si rimette in moto nella triplice domanda di Gesù a Pietro: mi ami tu? Tre volte Pietro lo aveva rinnegato pochi giorni prima; tre volte ora professa la fede incondizionata che lo porta a muoversi sulle strade della Galilea e dell’Impero Romano, cambiando il mondo. Questo sì, questo è il fatto accertato. Il mondo è cambiato con il cristianesimo. La Storia è cambiata. Gli Angeli descritti da Affinati forse stanno ancora chiedendosi perché e come mai. Intanto il motore della Storia ha fatto una giravolta e ha preso una direzione fino ad arrivare a noi.
C’è ancora qualcosa da annotare, per invogliare ad acquistare e leggere il libro tutto di un fiato.

Una ritraduzione del testo originale è particolarmente azzeccata quando si descrive l’incontro di Gesù con l’adultera che i sacri custodi della legge vorrebbero lapidare. Quanto tutti i lapidatori scompaiono (in risposta alla semplice osservazione: chi è senza peccato scagli la prima pietra), nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice: «Neanch’io ti condanno; vai e d’ora in poi non peccare più». Affinati esplicita in modo molto efficace, dando un colore ai sentimenti e fa dire a Gesù: «I peccati di questa donna sono molti, ma io la perdono in virtù del suo amore riconoscente». Efficace, intenso. Un altro passaggio da annotare riguarda una sorta di “attualizzazione” con i costumi fuori da quel tempo storico. Non stona l’immagine del diavolo, tentatore di Gesù nel deserto, descritto come un mercante con «barba e baffi ben curati, scialle, cappello e panciotto. Si esprimeva con una certa eleganza. È sempre così, quando arriva il demonio: si presenta travestito da persona di riguardo, un poco altezzosa». C’è un salto nel vestire e un salto temporale: in fondo i “tentatori” di ogni tempo sono sempre ben curati, per apparire diversi e fare presa.

C’è un aspetto da non sottovalutare in questa rilettura del Vangelo di Affinati, che lo collega a un filone che andrebbe valorizzato. Lo sforzo, cioè, di presentare i 4 Vangeli secondo il filo conduttore di una lettura unica, integrandoli l’uno con l’altro e con un linguaggio adeguato e comprensibile, con l’attenzione alla sensibilità del lettore e dei protagonisti. Al punto che alla fine della lettura puoi pensare: sì, probabilmente è andata così. I sentimenti degli apostoli, di Giuseppe e Maria, i dubbi, le asperità mentali dei custodi della legge, la vita di Lazzaro dopo la risurrezione (già, che fine avrà fatto?) e Giovanni Battista, sono sicuramente azzeccati. Sarebbe potuta andare così, anzi forse è andata proprio così. Qualche esperimento riuscito lo abbiamo avuto. Mi riferisco al Nuovo Testamento in “lingua corrente”, operazione interconfessionale filologicamente accurata della fine del secolo scorso e poco valorizzata. Oppure alla versione di Silvia Giacomoni (La Nuova Bibbia Salani, del 2004) dell’Antico Testamento, lodata dal cardinale Martini, e seguita poi dal Vangelo di Matteo nel 2007.

Opere che avvicinano. Manca invece una riscrittura dei Vangeli da parte dei nostri biblisti ed è un peccato perché ne abbiamo di molti e assai competenti, in Italia e non solo. L’auspicio è che Affinati apra la strada ad una stagione del Vangelo, non confinato negli ambiti degli specialisti. Magari si potrebbe pensare ad una lettura fresca, godibile, filologicamente corretta, capace di scavare dentro il testo per darci, insieme – perché no? – un’idea dei luoghi e di come potevano essere. Un Vangelo in cui si riportino gli aggiornamenti delle scoperte esegetiche più notevoli, spazzando via qualche stereotipo (tipo nascere a Betlemme: i biblisti hanno paura a dirlo?) per farsi leggere tutto d’un fiato come un avvincente opera non solo di fede ma come ricostruzione di una vicenda anche umana e di straordinaria formazione interiore e comunitaria. Chi raccoglierà la sfida?

Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).