«Borsellino aveva l’impressione che alla Procura di Palermo stessero insabbiando il dossier mafia-appalti». È una accusa molto grave, evidentemente. Anche se su questo giornale abbiamo in varie occasioni prospettato proprio questa ipotesi. E tra qualche riga proveremo a spiegarvi perché si tratta di una ipotesi che ha molte conseguenze e può essere utilissima per capire che cosa successe davvero nel biennio del sangue ‘92-’93 in Sicilia e in Italia, e su come si mosse la mafia, e su quali fossero le sue relazioni esterne.

Ma la cosa più importante è l’identità di chi ieri ha lanciato questa accusa. È stato Antonio Ingroia, l’ex Pm che avviò il processo Stato-mafia e che, da giovane, fu vicinissimo a Paolo Borsellino. Certamente, tra tutti i magistrati e gli avvocati palermitani, Antonio Ingroia è stato quello più vicino a Paolo Borsellino e quello che aveva maggiore confidenza con lui. Borsellino lo considerava il suo figlioccio. Si frequentarono in particolare nel 1991, quando Borsellino stava a Marsala e Ingroia anche. Avevano i loro appartamenti sullo stesso pianerottolo. Borsellino era molto famoso, perché era stato insieme a Falcone protagonista del maxiprocesso alla mafia. Ingroia era poco più che un ragazzetto, aveva 31 anni e stava imparando il mestiere. Quando l’anno dopo Borsellino tornò a Palermo, Ingroia lo seguì.

Ieri Ingroia è stato ascoltato dalla commissione regionale Antimafia, presieduta da Claudio Fava. Ha fatto tre affermazioni nette che assomigliano a tre bombe atomiche. La prima è quella che abbiamo scritto all’inizio di questo pezzo, e cioè la paura di Borsellino che “Palermo volesse insabbiare il dossier”. La seconda, forse ancora più inquietante, è che Borsellino, quando a Palermo si discusse di lotta alla mafia in un vertice convocato dal procuratore Giammanco nel luglio del 1992, e quando – nel corso della discussione – sollevò la questione del dossier mafia-appalti, non era stato informato che i Pm Scarpinato e Lo Forte avevano già firmato la richiesta informale di archiviazione del dossier. La terza affermazione inaspettata riguarda la palese sfiducia di Borsellino verso la Procura di Palermo (altre testimonianze sostengono che la definì “nido di vipere”) tanto che confidò a Ingroia che “i Pm di Palermo, non ricordo se Lo Forte o Pignatone, non gli raccontavano la verità”.

Ingroia è stato interrogato dall’antimafia a proposito del depistaggio delle indagini sull’omicidio Borsellino. E ha sostenuto che il depistaggio – realizzato con la falsa testimonianza e la falsa autoaccusa del presunto pentito Vincenzo Scarantino, forse “imbeccato” da uomini dello Stato – avvenne per una ragione molto semplice: far risultare che l’uccisione di Borsellino e lo sterminio della sua scorta era dovuto solo alla volontà di vendetta della mafia per il maxiprocesso vinto da Borsellino e Falcone. E invece… Invece non era così, secondo Ingroia. Da qui il discorso si è spostato sul dossier mafia-appalti. E quindi è balenata l’ipotesi che la vera ragione dell’uccisione di Borsellino fosse quella: fermare la sua indagine sul dossier.

Cosa c’era in questo dossier, raccolto dai Ros guidati dal colonnello Mario Mori, su input di Giovanni Falcone? C’erano tutti i rapporti tra i corleonesi e alcune imprese del Nord. Falcone teneva molto a questo dossier. E l’aveva anche scritto nel suo diario che questo dossier era importante. Ingroia ha raccontato che Borsellino restò stupefatto quando seppe dei diari di Falcone, perché – disse – Falcone aveva sempre detto che lui non avrebbe mai tenuto un diario. E dunque – disse ancora Borsellino a Ingroia – “se Giovanni ha iniziato a tenere un’agenda vuol dire che doveva scriverci cose gravi”. Da questa osservazione, secondo Ingroia, iniziò l’interesse di Borsellino per l’indagine sviluppata dal colonnello Mori e dal capitano De Donno. E infatti Borsellino volle incontrare Mori, e lo incontrò il 25 giugno del 1992 ma gli chiese di non vedersi in Procura bensì alla caserma dei carabinieri. E così fu. Borsellino spiegò a Mori che non si fidava della Procura di Palermo. Capite bene quale fosse il clima in quegli anni e in quei mesi terribili.

Subito dopo ci fu la riunione col Procuratore Giammanco e con tutti i sostituti, che si tenne il 14 luglio, e durante la quale nessuno informò Borsellino che il dossier stava per essere archiviato. Borsellino, ignorando questo “dettaglio”, chiese che sul dossier si tenesse una riunione ad hoc. Gli dissero di sì. Così, pro forma. E ingannandolo. La riunione, ovviamente, non si tenne mai, anche perché cinque giorni dopo, il 19 luglio, Borsellino fu ucciso. E la settimana successiva fu firmata formalmente la richiesta di archiviazione. Che fu accolta in fretta e furia il 14 agosto, cioè il giorno prima di Ferragosto che, per la prima volta in tutta la storia della Procura di Palermo, fu giorno lavorativo. Proprio perché – sembra – c’era l’urgenza di porre la parola fine alla indagine di Mori.

Naturalmente questa testimonianza di Ingroia, che viene poche settimane dopo l’audizione di Antonio Di Pietro, cambia un po’ tutto lo scenario. Anche Di Pietro, a quel che si sa, nel corso dell’audizione in antimafia ha raccontato una storia molto simile a quella raccontata da Ingroia. Ha spiegato che lui era molto interessato a quel dossier, perché anche lui, dal versante Nord, stava indagando su mafia e appalti e aveva avuto uno scambio di idee (una convergenza di idee) con Borsellino. Capite bene che a questo punto prende piede l’ipotesi che Borsellino fu ucciso per il dossier Mori. E forse la sua insistenza per potersene occupare personalmente (ribadita alla riunione dei Pm del 14 luglio) affrettò l’esecuzione.

Ipotesi che potrebbe essere in contrasto con quella che invece è alla base del processo in corso a Palermo (alla Corte d’appello) sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia, dove si sostiene che Borsellino sia stato ucciso perché ostacolava l’ipotetica trattativa. Le due tesi sono in rotta di collisione soprattutto per un dettaglio: Borsellino voleva lavorare sugli elementi raccolti dal colonnello Mori. Il processo di Palermo, invece, vede sul banco degli accusati proprio il colonnello (oggi generale) Mori. Cioè l’uomo che ha arrestato Salvatore Riina.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.