«Prima degli interrogatori il procuratore capo Giovanni Tinebra si chiudeva per ore nell’ufficio con il falso pentito Enzo Scarantino». Una mitragliata di accuse e sospetti sull’ex capo che non può difendersi perché non c’è più. E poi, un po’ di vittimismo, un pizzico di ossessione antiberlusconiana, ma anche una ripetuta verità sul falso pentito Enzo Scarantino. Come sempre protagonista, Ilda Boccassini, ex pubblico ministero della Direzione nazionale antimafia da due mesi in pensione, ha deposto come teste e ha movimentato il processo di Caltanissetta nei confronti di tre poliziotti accusati di aver favorito i depistaggi sulla strage di via D’Amelio. La scenografia pare diretta da Michael Moore. In videoconferenza dal tribunale di Milano, la principale protagonista mostra la schiena, quasi a significare che, pur non essendo lei né il capitano Ultimo con il viso mascherato né Tommaso Buscetta dopo la chirurgia plastica, sempre di mafia stiamo parlando.

Ha lavorato due anni alla Dda di Caltanissetta, dal 1992 al 1994, dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, Ilda Boccassini, dopo aver lasciato Milano in modo turbolento e dopo aver accusato – anche quella volta in modo scenografico nell’aula magna del palazzo di giustizia di Milano in cui si era presentata tutta vestita a lutto- i colleghi di aver abbandonato “Giovanni”. Falcone, di cui era stata grande amica. A Caltanissetta lei era andata in particolare proprio per seguire le indagini sulla strage di Capaci, e di quello era stata incaricata dal procuratore capo Tinebra. Ho trovato, dice oggi con un po’ di supponenza, una massa di carte informi e senza nessun ordine. «Cocca mia», mi aveva detto il capo «queste sono le carte, fai quello che devi fare». E lei per prima cosa fa ripetere, «zolla per zolla» il sopralluogo a Capaci, «che era stato fatto male». Non teme di crearsi antipatie, come sempre, e come sempre le sue frasi le tornano indietro, tanto che a un certo punto, nell’aula di Caltanissetta, si accapiglia con il pm Stefano Luciani, che dopo aver sentito l’ennesima reprimenda («Non fa onore a chi indossa la toga aver raccolto certe dichiarazioni…») sbotta, rivolto al presidente del tribunale: «Presidente, la invito a fare presente alla teste che si deve limitare a rispondere alle domande, non siamo qui per prendere lezioni di nessuno…».

Ma, scenografie e battibecchi a parte, su una cosa Ilda Boccassini non transige, e continua a dirlo fino alla fine della deposizione, che durerà, con qualche intervallo, dalle dieci del mattino fino alle sette di sera: lei al falso pentito Enzo Scarantino non ha mai creduto. Denuncia, e non è la prima volta, visto che l’ex pm ha già deposto al processo “Borsellino-quater”, di aver messo nero su bianco, insieme al collega Roberto Sajeva, tutti i suoi dubbi. Un documento che però è sparito. Fatto sta che nell’estate del 1994, quando Ilda Boccassini aveva chiesto al procuratore capo di poter partecipare agli interrogatori di Scarantino, non c’era riuscita. Aveva tentato di rinunciare alle ferie, ma invano. Abbozza oggi a un riferimento politico, quasi come se Tinebra avesse cambiato atteggiamento nei suoi confronti dopo le elezioni vinte da Silvio Berlusconi, chissà perché. E questo pare solo il piccolo incubo di chi ha clamorosamente perso un processo come quello su Ruby. «Capii che non me ne dovevo occupare», insiste. Solo perché aveva espresso dubbi sull’attendibilità del meccanico palermitano o non anche perché Ilda Boccassini, con il suo protagonismo, è sempre stata un po’ “scomoda”, a Milano come in Sicilia?

Non ha più molta importanza, ormai, visto che il problema lo ha paradossalmente, e con quindici anni di ritardo, risolto il “pentito doc” Gaspare Spatuzza. Ma lei insiste, e vuole ancora avere l’ultima parola. Prima che la videoconferenza si spenga, riesce ancora a gridare: «Scarantino non era credibile, come ve lo devo dire? Era un mentitore». Titoli di coda, buio in sala.