Quella dell’11 settembre è una data emblematica per la storia del mondo contemporaneo. Si riferisce di solito agli attacchi terroristici che hanno colpito gli Stati Uniti nel 2001 ma c’è un altro 11 settembre che costituisce una data cardine anche se del ventesimo secolo. È quello del 1973, quando in Cile un colpo di stato militare guidato dal generale Augusto Pinochet e appoggiato dagli Stati Uniti depose il governo democraticamente eletto del socialista Salvador Allende.

Il Cile dal 1970 era governato da una coalizione di centrosinistra denominata Unidad Popular. Salvador Allende Gossens era diventato presidente al suo quarto tentativo elettorale. Era nato a Valparaiso, si era laureato in medicina e nel 1933 aveva fondato il Partito Socialista Cileno. Timore degli Stati Uniti, dopo l’esito scaturito dalle urne, era quello di vedere un altro Paese dell’America Latina passare dalla parte dell’Unione Sovietica negli schieramenti della Guerra Fredda, com’era successo con Cuba con la rivoluzione del 1959. Per la prima volta, inoltre, un governo d’ispirazione marxista arrivava al potere democraticamente, attraverso il voto. Washington avviò dunque azioni di influenza o di spionaggio per scongiurare la nomina di Allende, che aveva vinto le elezioni senza però superare il 50 per cento. Il Congresso nominò comunque Allende e il nuovo presidente avviò una serie di riforme che toccarono gli interessi degli USA. Vennero nazionalizzate le banche e le miniere di rame spesso controllate da aziende americane. Il nuovo governo propose anche una nuova riforma agraria che ridistribuì le terre dei latifondi ai contadini, sospese i pagamenti del debito estero e colpì di conseguenza gli interessi dei ceti medio-alti e delle multinazionali. Nel 1971 il lider maximo cubano Fidel Castro volò in visita di stato ufficiale in Cile mentre gli Stati Uniti guidati dall’allora presidente Richard Nixon colpirono mediante sanzioni l’export di rame cileno causando un aumento drastico dell’inflazione. Washington in quegli anni sovvenzionava anche i partiti dell’opposizione. Le politiche insostenibili e il boicottaggio statunitense portarono la situazione economica e sociale del Cile all’esasperazione. I primi scioperi cominciarono a bloccare il Paese. I Cristiano Democratici, che facevano parte di Unidad Popular, abbandonarono intanto la maggioranza di governo e passarono all’opposizione conservatrice di destra.

Il 29 giugno 1979 i carri armati dell’esercito del colonnello Souper scesero in strada e puntarono verso il palazzo presidenziale della Moneda. Il golpe fallì ma rappresentò il campanello d’allarme che annunciava da che parte stavano i militari cileni. Assunsero i contorni del turning point della vicenda le dimissioni del Ministro dell’Interno Carlos Prats, fedelissimo di Allende in quel frangente colpito da uno scandalo. Al capo dell’esercito subentrò, con il giuramento del 23 agosto e per volere dello stesso presidente, Augusto Pinochet. Non passò nemmeno un mese e Pinochet si mise alla testa del colpo di stato che depose Allende.

All’alba dell’11 settembre del 1973 i militari della Marina occuparono le principali città cilene e chiusero le radio e le televisioni. Il presidente si recò alla Moneda per dirigere le operazioni che avrebbero dovuto disinnescare il golpe e cercò di mettersi inutilmente in contatto con Pinochet. Dopo aver conquistato tutti i punti nevralgici del Paese le forze armate puntarono sul palazzo presidenziale intimando la resa. Allende rifiutò di arrendersi e si rifiutò anche di fuggire, giurando fedeltà ai suoi ideali in un ultimo discorso che restò il suo più celebre. La Moneda venne così bombardata per ordine di Pinochet. Allende morì, secondo la versione ufficiale suicida, sparandosi con un fucile AK-47 che gli aveva regalato Fidel Castro. Gli verranno concessi i funerali di Stato soltanto nel 1990, quando sarà ormai caduta la dittatura di Pinochet, uno dei regimi più ferrei e repressivi che la storia dell’America Latina abbia mai conosciuto.