Se è vero che lo sport è lo specchio di una società, allora quello italiano riflette sempre più chiaramente un’industria in trasformazione. Non solo calcio e grandi eventi, ma una macchina economica e sociale capace di generare valore, creare lavoro, incidere sul welfare e persino parlare ai giovani nelle periferie dimenticate. È la tesi forte – e supportata da numeri e fatti – che attraversa L’anima sociale e industriale dello sport (Piemme, 2025), il libro in cui Vito Cozzoli, ex presidente di Sport e Salute e attuale AD di Autostrade dello Stato, racconta un triennio alla guida della più importante società pubblica dedicata allo sviluppo sportivo in Italia.

Non è un bilancio autocelebrativo, ma un manifesto politico-manageriale: lo sport come diritto universale e infrastruttura strategica per il sistema Paese. Una visione dove inclusione, crescita e innovazione non sono parole astratte, ma pilastri per ripensare il ruolo dello sport nella vita quotidiana e nell’economia nazionale. Durante il mandato di Cozzoli, Sport e Salute ha attivato investimenti per oltre 3,2 miliardi di euro, in gran parte a fondo perduto, per sostenere il tessuto sportivo di base durante e dopo la pandemia. Nel solo 2022, la società ha registrato un +20,6% di fatturato, piazzandosi al quinto posto tra le partecipate pubbliche. Al tempo stesso, ha valorizzato asset immobiliari e immateriali – come il Foro Italico e gli eventi internazionali – trasformandoli in driver economici e turistici. Gli Internazionali di tennis, il Sei Nazioni di rugby, il Concorso ippico di Piazza di Siena non sono solo spettacolo, ma leva per attrarre investimenti, muovere flussi e rafforzare il brand Italia.

Cozzoli lo scrive chiaramente: «Lo sport è lavoro, business, progettualità, innovazione, sostenibilità, progresso». Una dichiarazione che trova riscontro nei dati, ma anche nelle politiche attuate. Dalla creazione dell’Acceleratore di startup sportive WeSportUp, alla riforma del lavoro sportivo – un passaggio epocale per dare dignità e tutele a decine di migliaia di collaboratori -, emerge una strategia che prova a integrare lo sport nel tessuto produttivo del Paese. Accanto alla dimensione industriale, il libro insiste sulla “missione sociale” dello sport. In particolare, la capillarità degli interventi promossi da Sport e Salute – 412 progetti nelle periferie, 100 iniziative nelle carceri, il programma Sport di Tutti nei parchi, nei quartieri e nei centri anziani – compone un’azione sistemica di welfare leggero e prevenzione. Lo sport, in questa visione, è medicina, educazione e presidio del territorio.

L’integrazione con il mondo della scuola, tramite il progetto Scuola Attiva, ha permesso a 2 milioni di bambini di praticare attività motoria regolare, quadruplicando i numeri del 2020. Un risultato che incrocia obiettivi educativi, sanitari e occupazionali (laureati in scienze motorie assunti negli istituti scolastici) e che fa della pratica sportiva un indicatore di civiltà e benessere.

Guardando al futuro, Cozzoli lancia una proposta semplice ma radicale: riequilibrare la politica degli investimenti, oggi troppo spesso concentrata sui grandi stadi. «Sicuramente dobbiamo migliorare le nostre grandi infrastrutture – ha dichiarato – ma il Paese ha anche bisogno di piccoli impianti per i cittadini». L’idea è quella di sostenere la libera iniziativa privata e promuovere la nascita di impianti sportivi di prossimità: circoli, palestre, centri polifunzionali inseriti nel tessuto urbano. «Perché lo Stato non incentiva un circolo sportivo o un mini impianto in una periferia urbana? Quei luoghi avrebbero un impatto positivo sulla vita delle persone», osserva. Anche qui il legame con l’economia è evidente: secondo i dati dell’Osservatorio Valore Sport, promosso da The European House-Ambrosetti, la sedentarietà ha provocato in Italia un costo di quasi 6 miliardi di euro nel 2023. Ecco perché investire nello sport significa ridurre quella spesa, oltre che migliorare la qualità della vita.

A sottolineare la profondità e l’ambizione della visione di Cozzoli è la prefazione di Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, che invita a pensare lo sport non solo come competizione o spettacolo, ma come «una forza collettiva che unisce persone, abbatte barriere e trasforma società». Lo sport, scrive Marotta, è oggi «un ecosistema complesso che richiede visione strategica, competenze manageriali e sostenibilità». È proprio questo il filo conduttore dell’esperienza raccontata da Cozzoli: la capacità di tenere insieme l’anima industriale e quella sociale dello sport, trasformandolo in una leva per lo sviluppo umano ed economico del Paese.

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Curo AI voglia!, un podcast sull’intelligenza artificiale in collaborazione con Il Riformista. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Dirigo Healthcare Policy rivista sulle politiche della salute e le sue industrie, del gruppo Formiche.