La legge non è uguale per tutti
L’avvocato d’ufficio e la difesa per modo di dire: compensi bassissimi che arrivano dopo anni, così la giustizia diventa un confine sociale
Un tema che ricorre in carcere dove entro come volontario è che la popolazione detenuta è oggi profondamente mutata. Ci sono sempre meno persone che hanno fatto della criminalità una scelta di vita, e, invece, sempre più spesso persone provenienti da contesti di povertà estrema, che hanno commesso reati per necessità. Tra loro, moltissimi giovani, spesso figli di migranti, definiti “stranieri di seconda generazione” come se un’etichetta potesse imprigionarli dentro un’identità che non appartiene più né ai genitori né a loro. Questa trasformazione della popolazione detenuta mostra come il sistema penale sia diventato, per riprendere le parole di Loïc Wacquant in Punire i poveri (DeriveApprodi, 2006), “un dispositivo di gestione della marginalità: gli esclusi del welfare, i disoccupati cronici, i migranti irregolari, i soggetti con dipendenze non trattate”. Lo vedo ogni volta che un ragazzo mi racconta di essere finito dentro per ruberie, o fatto trascinare da un amico che spacciava. Storie di disperazione che il sistema traduce in condanne “esemplari”.
Gratuito patrocinio uguale difesa formale
Accanto alla povertà, c’è un altro denominatore comune: la maggior parte di queste persone è stata difesa da un avvocato d’ufficio. L’articolo 24 della Costituzione italiana afferma che ai non abbienti sono assicurati mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. Su questo principio si fonda l’istituto del patrocinio a spese dello Stato, nato per rendere effettivo il diritto alla difesa anche per chi non dispone di risorse economiche. Ma le persone che incontro quotidianamente in carcere mi dicono che il gratuito patrocinio si è trasformato in una difesa solo formale.
Compensi bassissimi che arrivano dopo anni
Avendo usufruito anch’io del patrocinio gratuito, ho chiesto un parere ad alcuni avvocati che continuano a difendere con dedizione anche chi non può permettersi un legale di fiducia. Il quadro che mi hanno descritto ha confermato le voci dei detenuti. Il gratuito patrocinio prevede compensi bassissimi e, soprattutto, un’incertezza cronica nel pagamento, che spesso arriva dopo un anno o più. A questo si aggiunge il sovraccarico di udienze, che rende difficile costruire un rapporto autentico con l’assistito. Infatti conosco bene quella sensazione di essere un fascicolo tra molti. Ti siedi davanti a un giudice e sai che chi dovrebbe parlare per te non ha avuto il tempo di studiare il fascicolo e improvvisa una difesa sbrigativa. Una mera formalità procedurale.
Il sociologo statunitense Matthew Clair, nella sua ricerca condotta nei tribunali di Boston (Privilege and Punishment: How Race and Class Matter in Criminal Court, Princeton UP, 2020), ha osservato come il semplice rapporto tra avvocato e imputato rifletta le disuguaglianze sociali: i più istruiti tendono a dialogare con il legale e negoziare strategie, mentre i poveri e le minoranze si mostrano diffidenti, rassegnati, e finiscono per subire passivamente il processo. Credo che, se si svolgesse anche in Italia un simile studio empirico, i risultati non sarebbero molto diversi. Ricordo che, mentre ero detenuto, avevo collaborato con un ricercatore, Alvise Sbraccia, mentre svolgeva interviste a detenuti stranieri. Molti raccontavano di essere stati “difesi per modo di dire”, denunciando come la loro esperienza con la legge fosse stata segnata dalla mancata conoscenza della lingua e dall’assenza di un legale di fiducia (Migranti tra mobilità sociale e carcere. Storie di vita e processi di criminalizzazione, Franco Angeli, 2010).
Una questione di classe sociale
Allora pensavo che queste criticità riguardassero soprattutto gli immigrati, intimamente diffidenti verso una giustizia visibilmente severa. Ma oggi vedo che le stesse dinamiche si ripetono per chiunque viva in condizioni di vulnerabilità: italiani compresi. Persone che parlano perfettamente la lingua, ma che assistono passivamente a condanne patteggiate in processi troppo celeri. Non è una questione di lingua o di razza, è una questione di classe, ed è, soprattutto, una questione politica. Perché quando il diritto diventa strumento di esclusione, e quando il principio di eguaglianza davanti alla legge è affidato a difensori privi dei mezzi per esercitarlo, significa che si è scelto (consapevolmente o meno) di trasformare un istituto nato per riequilibrare le disuguaglianze in un meccanismo che le riproduce.
Le conseguenze di una giustizia sbrigativa sono visibili dentro e fuori le carceri. Dentro, perché si svuota di senso la funzione rieducativa della pena. Fuori, perché la retorica della recidiva alimenta paura, stigma e intolleranza verso il diverso, il povero e l’ex detenuto. E così la giustizia, che dovrebbe essere garanzia di diritti, diventa un nuovo confine sociale.
Perché nessuno venga più “difeso per modo di dire”, bisogna ripensare la difesa d’ufficio e il gratuito patrocinio come servizio pubblico essenziale: compensi adeguati, tempi certi di liquidazione, risorse per una vera difesa. Ma soprattutto, serve restituire dignità al rapporto tra difensore e difeso, perché i processi penali sono spesso storia di fragilità e la difesa è sempre un atto di fiducia, anche quando è patrocinata dallo Stato.
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