A fine marzo 2026 l’Italia ha raggiunto il 33,2 per cento dell’obiettivo PNIEC di capacità rinnovabile installata al 2030. Per arrivare al traguardo (131 gigawatt) servirebbero quindici gigawatt l’anno: ne stiamo installando sette. Nel 2025, dopo tre anni di crescita, le installazioni sono perfino calate del 6%. In coda ci sono 1.781 progetti, sette su dieci ancora fermi in istruttoria. Al ritmo attuale, all’obiettivo del 2030 arriveremo nel 2036. Sei anni di ritardo. E intanto le bollette non scendono.

Come ci siamo arrivati? Non per mancanza di consenso politico: nelle dichiarazioni televisive, tutti i partiti, da Fratelli d’Italia ai Cinque Stelle, ratificano gli obiettivi europei e parlano di transizione necessaria. Il rifiuto sta nei fatti, e si concentra nel passaggio dal teorico al pratico/locale. Quando l’impianto va realizzato sotto la finestra, sul crinale che si vede dal paese, nel campo accanto alla pieve romanica, il consenso evapora e cominciano le moratorie, i ricorsi al Tar, i comitati spontanei, le delibere regionali restrittive.

Il caso più emblematico è la Sardegna. La giunta di Alessandra Todde, sostenuta da Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico — le stesse forze che a Bruxelles e a Roma pontificano sull’accelerazione della conversione — ha approvato nel luglio 2024 una moratoria di diciotto mesi e una legge regionale che limita le aree idonee all’1% del territorio. La Corte Costituzionale, nel 2025, ne ha bocciato le parti più restrittive: non si può stabilire un divieto generale contro impianti che la stessa Costituzione impone di favorire. Il punto politico resta: lo stesso partito che a Roma scrive «rinnovabili subito» a Cagliari scrive «rinnovabili mai», e finge che le due posizioni siano coerenti grazie alle formule della “specificità isolana” e della “speculazione energetica”. Servono a tenere insieme un elettorato locale spaventato e un elettorato nazionale ambientalista. Ma un amministratore non può fare entrambe le cose: o la transizione è una necessità — e va condotta anche dove brucia politicamente — o è uno slogan, e va smesso di dirlo.

Lo stesso meccanismo opera, con minore visibilità, in molte altre regioni: comitati contro il fotovoltaico in Puglia, Comuni che frenano l’agrivoltaico in Toscana, Soprintendenze che imboscano pareri sui parchi eolici lucani. L’Italia ha gli obiettivi del Nord Europa, le procedure del Sud Europa e la sensibilità estetica di un Paese che vive di paesaggio. Tre ingredienti che, senza la compensazione locale vera, non possono che produrre ritardo. È il punto che il dibattito evita: la transizione ha costi locali concentrati e benefici diffusi. È la ricetta del fallimento, se una quota dei benefici non resta dove i costi vengono pagati. La Francia, con il «partage de la valeur», gira parte dei ricavi degli impianti ai Comuni e ai residenti. In Italia, ci si limita a invocare l’articolo 9 della Costituzione sperando che il NIMBY (non nel mio Giardino) si sciolga per magia.

Intanto il conto cresce. L’Italia importa oltre il settantacinque per cento del fabbisogno energetico primario: ogni anno di ritardo è un anno in più di esposizione al prezzo del gas, che continua a determinare il prezzo dell’elettricità. Chi protesta contro la pala e poi si lamenta della bolletta insegue due cose incompatibili. E chi propone entrambe allo stesso elettorato — «blocchiamo gli impianti» e «abbasseremo le bollette» — vende fumo. La conversione energetica è una necessità reale: ambientale, economica, geopolitica. Ma una necessità non si soddisfa a parole; si soddisfa firmando autorizzazioni, costruendo infrastrutture, accettando che qualche paesaggio cambi — e ricordando che il paesaggio italiano è già costellato di tralicci, autostrade, capannoni: è curioso che a fare scandalo siano solo le pale e i pannelli, che almeno servono a non bruciare gas.

Chi pontifica a Bruxelles e blocca a Cagliari non sta facendo politica energetica, sta facendo posizionamento. E quel posizionamento, alla fine, lo paghiamo tutti. Vogliamo davvero la transizione? Cominciamo a smettere di volerla solo altrove.