E se di mezzo ci andassero i bambini? Cambierebbero le cose. O almeno così ci siamo detti tante volte. Con la foto di Alan Kurdi, per esempio. Il bimbo siriano ritrovato senza vita sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. Ce lo siamo ripetuti guardando i figli di Aleppo, in lacrime, sotto le bombe. E abbiamo scandito sui social che tutto ciò non  poteva, non doveva colpire i più indifesi. Ma nelle nostre periferie, ai margini, storie di abbandono e violenza indicibili accadono ogni giorno. Siamo abituati a conoscerle attraverso il giornalismo. Massimiliano Virgilio sceglie invece la letteratura, con la quale racconta da quando nel 2008 è uscito Più male che altro. Poi sono arrivati Arredo casa e poi m’impicco (2014, Premio Arena) e L’americano (2017, Premio Porta d’Oriente, il Leone Film Group ne farà una fiction). Ha venduto oltre 300mila copie in Cina. E ora è il turno di Le Creature (Rizzoli); espressione che in napoletano indica i bambini, i piccoli. Che in questo caso sono “fantasmini”, perché ci sono ma non si vedono come le calze che usiamo d’estate. Sono i figli di migranti irregolari lasciati dai genitori a crescere presso una specie di casa-famiglia. Gestita, qui, dalla Leonessa, madre senza amore per via del lutto più nero. Han, il protagonista, è cinese. E poi ci sono l’ucraino Dimitri e il sene-galese Ismail. Nina è “una sbavatura di inaudita meraviglia su quel quadro di cemento e spazzatura”. Vengono in mente La vita davanti a sé di Romain Gary; e la tenerezza e la spietatezza dei gemellini della Trilogia della città di K di Agota Kristof. Prosa asciutta. Scene pulp. La città vecchia di Fabrizio De André dove ” se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”. E l’eco di una canzone di Enzo Avitabile: tutt’egual’ song’ e’ criature. Ecco, purtroppo, proprio no.

“Quattro anni fa – racconta Virgilio – perso il mio lavoro di operatore sociale, mi ritrovai con l’unico mestiere di scrittore e qualche collaborazione da giornalista. Finii alla parrocchia della Sacra Famiglia, nel Rione Luzzatti, periferia orientale e incontrai un ragazzino cinese che prendeva a calci un pallone. Mi raccontò la sua storia: sua madre aveva trovato un lavoro estivo su una nave da crociera e non  poteva occuparsene, così lo aveva messo a pensione in una casa gestita da una donna italiana. E non era l’unico ospite”. Il romanzo, dunque, risponde a una domanda precisa: dove vanno a finire i figli di certi immigrati? «Mi sono accorto che questa storia riempie un vuoto di conoscenza. Qualcuno dopo aver letto il romanzo mi ha detto: “Non immaginavo l’esistenza di situazioni del genere”. Ecco una cosa a cui ci eravamo disabituati, come scrittori: portare all’attenzione degli altri un fenomeno sociale. Ai suoi tempi lo ha fatto Jack London, lo ha fatto Emile Zola”.

Inevitabile che tra i temi rientri allora quello dell’estraneità, della diversità, che qui è “il terreno d’incontro più autentico dei personaggi – spiega l’autore – Un tratto comune alla condizione giovanile di ogni epoca è sentirsi smarriti in un mondo che non sa  offrire ai suoi figli la mappa giusta per lasciarsi decifrare. Ma in questo non sentirsi mai davvero integrati a nulla e sbattere contro le barriere del mondo adulto, le creature vedono rafforzate la loro ambivalente natura tenera e feroce, la loro dimensione creaturale. Oggi nelle nostre democrazie non basta essere formalmente dei  cittadini per esercitarne le prerogative. La mappa è stata nascosta in modo più accurato, eppure Han e Nina, i personaggi principali, decidono di battagliare assieme, al di là delle differenze”.

Ma i ragazzi di vita di questa storia non sono mai innocenti o innocui. “Han – argomenta l’autore – deve conquistare la sua innocenza, e lo farà anche attraverso la violenza. E poi nessun essere umano è innocuo. Sperare di fermare la violenza soltanto reprimendo è una illusione che nasconde il senso di colpa per non essere riusciti a dare il proprio contributo alle dinamiche sociali che l’hanno favorita. Il racconto delle disuguaglianze – continua Virgilio – dei margini, permette di entrare negli anfratti più bui e misurare le diverse gradazioni di luce che esistono nella nostra società. Non si tratta di prender parte, né di giustificare: si tratta di misurare e “commuovere il maggior numero di persone”, come diceva Camus. E di farlo con le armi del racconto. Con le parole”.

Le creature si innesta in un filone narrativo centrale nella letteratura mondiale contemporanea. Dall’Archivio dei Bambini Perduti di Valeria Luiselli a Il sale della terra di  Cummins; sono storie che trattano di migranti, di giovani e del loro destino di abbandono. E questa storia è ambientata a Napoli; anche se potrebbe essere qualsiasi altro posto. Qui la città non è protagonista, come spesso accade. “Due sono le possibilità quando fai di Napoli un personaggio – riflette Virgilio – o sei un genio come Nicola Pugliese in Malacqua o sei un furbo come Luciano De Crescenzo. Non sentendomi né un genio né un furbo preferisco fare di Napoli una quinta non inerte, una metropoli dove accadono storie interessanti, in grado di intercettare alcune delle questioni cruciali per l’epoca che viviamo”.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.