La scomparsa di Emanuele Severino crea un vuoto di sapienza nel mondo, una sorta di diminuzione della Mente collettiva che forma l’identità complessa di una società. Anche perché il filosofo, che aveva compiuto i novanta anni, continuava instancabilmente a pensare e, la dico così, a vigilare sulle tendenze del mondo, sul senso della Vita, sul significato e sulla trasformazione della civiltà europea. Bisogna, però, sgombrare il campo da un equivoco, o meglio da una vera e propria tesi che ha una storia risalente, ma che ha molto séguito nei nostri tempi: che tutto il pensiero ormai sia affidato ai saperi della scienza, alla loro ricerca ormai senza confini, sul cosmo e sull’uomo, e che la filosofia sia ormai fuori corso, come moneta cattiva scacciata da quella buona.

Diffidate, diffidiamo di questa idea. Si dà il caso che l’uomo sia un animale metafisico, che «agli uomini – come scriveva Thomas Mann – è dato l’assoluto questo è un fatto positivo, sia esso una maledizione o una benedizione. L’uomo è impegnato con l’assoluto, la sua essenza è tesa verso l’assoluto».

E la ragione è che l’uomo ha la coscienza, e dunque il dubbio, la scelta, l’incertezza della volontà, ed è l’animale con la coscienza della propria morte che si può trasformare in angoscia o in grandiosa spinta alla volontà di vita, e a pensare la Vita. E ha assaggiato il frutto che ha distinto il Bene dal Male.

Dicendo questo non ci allontaniamo da Severino, anzi le cose accennate sono un modo di introdurlo tra noi, di invitarlo al dialogo intorno a un tavolo ideale. Giacché il filosofo era proprio assillato dal tema della finitezza, ed aveva un suo modo originalissimo per rispondere all’unica vera domanda della filosofia di ogni tempo: come si salva il finito, questo finito che noi stessi siamo, dalla contingenza, dalla propria scomparsa? Severino rispondeva con una idea che può apparire misteriosa, qualcuno diceva «paradossale», cosa che a lui dava un senso di fastidio, e diceva: tutto è eterno, l’essere degli enti è principio eterno e sostanziale di tutto, nulla e nessuno per davvero muore, e aggiungeva una idea che è stata la guida del suo pensiero, legata ai suoi sviluppi che riguardano infine la tendenza del mondo di oggi.

Ecco questa idea, qui proposta nella forma più semplice: la follia dell’Occidente, dai Greci in giù, è quella di aver progressivamente distrutto l’idea stessa dell’Eterno, di aver immaginato che tutto diviene, e che questo divenire di tutto, che è divenire del divenire stesso, significa che le cose vengono fuori dal nulla e vanno nel nulla. E questo mutare vorticoso di tutto trascina la stessa civiltà europea verso una stazione dove la Tecnica, la vera potenza trasformatrice, divora tutte le altre potenze della vita, se ne impadronisce, distrugge essenze, valori, tradizioni: intese, queste, non come ceneri da conservare ma come fuochi da continuamente ravvivare.

E così la civiltà europea, l’Occidente, sulla base di quella “follia”, diventa civiltà della Tecnica, e le altre potenze della vita ne sono sommerse e la volontà di potenza si scatena oltre ogni limite, fino alla possibile “produzione” dell’umano. Tutto il mondo è ora invaso da questa follia. Oltre Nietzsche, due grandi autori italiani sono stati, per Severino, protagonisti di questa idea del divenire di tutto, che Severino definisce come il sottosuolo della nostra civiltà: Giacomo Leopardi e Giovanni Gentile, il primo ricavando da quella “follia” la vanità di tutto e della vita stessa; l’altro il filosofo, immaginando, all’opposto, che da essa derivi la conquista della libertà e l’invenzione continua della storia. Gentile, con cui Severino dall’origine si misurò, fu giudicato da lui massimo pensatore europeo, unico vero filosofo dell’età della Tecnica proprio in quanto filosofo del divenire di tutto e, lo dicevo prima, dello stesso divenire.