“I cittadini non sono contenitori vuoti da riempire, ma persone con un pregresso di valori e credenze, un’esperienza più o meno diretta con la politica e con la gestione della cosa pubblica. Le strategie comunicative vanno perciò osservate anche tenendo conto dei fatti politici e della storia pubblica e politica dei protagonisti, in un quadro più generale e complesso, così da fare valutazioni scientifiche di effetti e risultati. Ma per ovvi motivi, in questo momento, non entriamo nel merito delle questioni che non siano prettamente tecniche e comunicative”. 

Manuela Garofalo si presenta subito, con la sua gentile fermezza. Ha solo 38 anni ma un’esperienza già di alto profilo negli ultimi due governi, il Conte II e il Draghi. Sempre come addetto stampa e social media manager del ministro Patuanelli, prima allo Sviluppo economico e poi all’Agricoltura. Corteggiata, per il ruolo di consulente per la comunicazione, da più di uno dei contendenti in questa campagna elettorale, ha deciso di restare “fuori dai giochi” almeno per un periodo e di dedicarsi alla sua attività accademica e di docenza per l’Università degli Studi del Molise.

– Dottoressa Garofalo, partiamo da una domanda secca. Quanta difficoltà sta riscontrando nel “seguire” e osservare i movimenti dei candidati? Questa campagna anomala è più o meno chiara rispetto a quelle passate?
Dico subito che è una campagna meno chiara, e spiego perché. Se dobbiamo commentarla in base a uno degli obiettivi chiave della comunicazione politica, cioè raccontare candidati e contenuti, la frammentazione eccessiva sui tanti, troppi canali, non aiuta. In questo modo le informazioni sono diluite e per l’utente diventa più faticoso e impegnativo costruirsi un’idea completa ed esaustiva. I canali digitali contribuiscono certamente ad una comunicazione più immediata che, per una campagna elettrorale così breve come quella che stiamo vivendo, è necessaria. D’altra parte però, le informazioni, oltre che frammentate tra i vari canali, sono anche eccessivamente numerose e si susseguono in maniera quasi compulsiva. Questa, che definaimo infodemia, riduce drasticamente i modi e i tempi per l’approfondimento che il tema meriterebbe.

– Nelle ultime settimane ha fatto notizia l’utilizzo di TikTok, per molti politici una novità. Di sicuro, un target diverso, quello giovanile. È produttiva, nell’ottica di una modalità crossmediale, parlare a un mondo così complicato come quello dei ragazzi, specie da parte di chi fino a ieri non lo utilizzava?
La comunicazione politica, come l’informazione e come la comunicazione in generale, deve essere in grado di utilizzare tutti i canali comunicativi distinguendo le caratteristiche di ognuno di essi. Quindi più che sull’opportunità in merito alla presenza dei personaggi politici sui canali più nuovi e seguiti da target più giovani, mi concentrerei sul linguaggio. Un bravo comunicatore ha il dovere di ‘farsi capire’ e di rendere il messaggio fruibile e trasversale: è quindi importante la presenza del personaggio politico o del partito sui canali, ma è altrettanto importante proteggere l’identità, l’istituzionalità, il linguaggio proprio del ruolo che si ricopre. Questo vuol dire che siamo chiamati a mantenere uno spessore comunicativo adeguato senza cedere ad un adeguamento al ribasso. Semplicità e chiarezza per spiegare ai cittadini la propria idea, il programma, il pensiero politico, non vuol dire ‘scimmiottare’ gli utenti.

– Ha riscontrato questa distorsione su TikTok?
A giudicare da alcune interviste, pare che i giovani si siano indispettiti perché hanno percepito una sorta di ‘forzatura’ comunicativa da parte di alcuni personaggi politici che hanno alterato eccessivamente il loro linguaggio reale. Una sorta di finzione fin troppo evidente che, come prevedibile, allontana invece che avvicinare.

– E quale può essere, dunque, la soluzione?
Adeguarsi a tempi e linguaggi di una determinata piattaforma, spiegando con parole semplici anche ad un target più giovane tematiche più complesse, come ad esempio il caro energia o le scelte geopolitiche legate alla guerra tra Russia e Ucraina. La sfida è quella di far arrivare il messaggio, la propria posizione politica, e parallelamente trasmettere valori e identità. Per questo bisogna restare fedeli ad uno stile comunicativo e concentrarsi sulla chiarezza del messaggio, senza cedere alla tentazione dei sensazionalismi e dei like. Prima delle regole degli algoritmi, deve esserci l’etica come valore e faro imprescindibile.

– Come sempre, gradimento personale di un leader e intenzioni di voto presentano numeri molto differenti. Mentre il M5S battaglia con la Lega per il podio, Conte è molto alto ormai da anni. Come lo spiega?
Conte ha certamente goduto dell’effetto che in sociologia si definisce rally around the flag, cioè di un intero Paese che, in situazioni drammatiche o comunque molto difficili come è accaduto durante la pandemia, si stringe attorno alle istituzioni, in questo caso al Governo e al Presidente del Consiglio. È anche vero però, a giudicare dai sondaggi, che lui ha mantenuto in questi mesi un’alta percentuale di quella fiducia trasversale conquistata durante il suo governo.

– Per una questione di tempi e di innovazione, in questa campagna elettorale il digitale è dominante. Come crede lo stiano utilizzando i nostri leader politici?
Il digitale, come sappiamo, corre così veloce che già dalla campagna elettorale del 2018 ad oggi sembra passata un’era geologica. Oggi siamo di fronte ad una crossmedialità quasi totale tra canali tradizionali e digitali, e questo accresce la credibilità dei canali digitali agli occhi degli utenti. Se poi ci aggiungiamo l’anomalia di una campagna elettorale da concentrare in meno di un mese, il ruolo dei social per i partiti e per i singoli candidati diventa fondamentale: si comunica in tempo reale, si replica ad un’accusa in pochissimi minuti, si smentisce in tempi che fino a qualche anno fa sembravano impossibili. L’intera strategia comunicativa è compressa e non lascia ampio spazio ad approfondimenti ed argomentazioni: due obiettivi che il comunicatore politico deve secondo me proteggere.   C’è una tecnica che in questi giorni stanno utilizzando tutti i leader politici, e ne comprendo anche la necessità: la replica ad un attacco ricevuto dall’avversario, pubblicando lo screenshot dell’attacco stesso. È l’esigenza di smentire prima che la notizia venga memorizzata e cristallizzata nella mente dell’utente. Sempre la velocità e gli spazi ridotti per i contenuti digitali (immagini, video di pochi minuti) inducono i comunicatori politici a costruire campagne basate sulle contrapposizioni. Il rosso/nero lanciato dal Pd per semplificare le caratteristiche proprie e quelle degli avversari in bene/male, progressista/conservatore, rischiano di indurre ad una rappresentazione semplicistica che potrebbe diventare insidiosa. E anche in questo caso una delle soluzioni è proprio quella di mantenere le dovute proporzioni tra un contenuto comunicativo ‘smart’ e le necessarie argomentazioni.

Tornando all’utilizzo di TikTok c’è uno schema che trovo funzionale e corretto, molto usato da Calenda e Conte: esporre una problematica precisa, con una modalità quasi da ‘documentario’ e nella seconda metà del video riassumere in poche parole la soluzione proposta a quel problema. Tutto con un linguaggio chiaro e pulito. Poi c’è il caso del Pd, che è entrato su Tik Tok con come partito e non con una pagina dedicata al leader. Di certo la scelta è legata all’organizzazione stessa del partito, che tende a favorire la visibilità di più personalità. D’altro canto però, proprio in virtù delle strategie più funzionali ad una campagna elettorale così breve, la concentrazione degli sforzi comunicativi sul leader può sicuramente facilitare la rappresentazione dell’identità, dei valori, del messaggio. In merito all’identità, per la Meloni sembra prendere sempre più spazio la strategia inversa: sui temi legati a diritti, patria, famiglia, il punto di vista comunicato in questi anni appare ora così netto e radicato, interiorizzato dagli utenti, chiaro, che si rende necessaria la ricorrenza a post, dichiarazioni, video per ‘ammorbidire’, forse anche edulcorare, quell’identità così marcata che potrebbe allontanare un elettorato più moderato, riducendo di conseguenza la base elettorale.

– Nel tentativo di semplificare i messaggi, l’utilizzo forsennato dei social porta al rischio di banalizzarli. Lo sta riscontrando?
Distinguere tra rosso e nero va certamente nel senso di una banalizzazione degli argomenti che invece i cittadini hanno il diritto di conoscere in maniera approfondita e argomentata. Siamo noi comunicatori che dobbiamo mantenere e proteggere un certo linguaggio: pulito, comprensibile, senza banalizzazioni. Altrimenti il livello qualitativo scende. Nella rincorsa agli engagement si rischia di perdere di vista che l’efficacia del messaggio e la sua capacità di ‘penetrazione’ non sono inversamente proporzionali ad una comunicazione di qualità e allo spessore politico e culturale del personaggio.

– Con l’evento pandemico forse il ruolo dei giornalisti era tornato centrale. Le campagne elettorali moderne e digitali abbattono il ruolo di mediazione: il candidato si rivolge direttamente ai cittadini, senza filtri. E portano così a una disintermediazione del ruolo degli operatori dell’informazione, a cui resta l’approfondimento, l’intervista, il commento. È questa la strada del “nuovo quarto potere”?
Questo è un discorso su cui mi batto da anni. Ho sempre sostenuto che il giornalismo abbia sbagliato, per molto tempo, a snobbare i canali digitali, o addirittura a combatterli. Non è il canale che rende più o meno credibile un giornalista, ma è la sua abilità, la sua capacità, l’etica e la deontologia che riesce ad incarnare. Se è vero che i canali digitali, a differenza di quelli tradizionali, sono multidirezionali, e che tutti possono pubblicare messaggi, informazioni, commenti, allora il ruolo del giornalista come professionista chiamato a filtrare le notizie, approfondire i fatti, controllare le fonti, diventa ancora più importante. Nell’infodemia, e di conseguenze nella crescita esponenziale delle fake news, il giornalista deve diventare un faro, una sorta di guida che conduce il cittadino della rete in un percorso più chiaro, completo ma meno confuso.

– A proposito del ruolo dei professionisti della comunicazione e dell’informazione, qual è la strada da intraprendere?
Forse sarò ripetitiva, ma l’etica nel nostro mestiere è imprescindibile. Come pure la deontologia e il dovere ultimo che è informare, raccontare, fare cultura, stimolare lo spirito critico, offrire una rappresentazione dei fatti, delle notizie, del messaggio, in maniera chiara e aderente alla realtà. Poi ci sono i doveri che io definisco ‘specifici’, come ad esempio l’usabilità e la fruibilità delle informazioni per la comunicazione pubblica e istituzionale. Ma i denominatori comuni restano l’etica e le capacità professionali. Per questo auspico che il nostro Paese possa giungere al più presto al riconoscimento della professione del comunicatore: in questo modo, istituzioni e imprese potranno disporre di un identikit preciso dei professionisti della comunicazione, e i giovani che intendono ricoprire uno dei diversi ruoli che ruotano attorno al mondo della comunicazione, avranno davanti una serie di percorsi di studio e formazione validi, riconosciuti e ufficiali. Questo credo sia uno dei primi grandi passi da compiere. Ma prima di tutto, in questo momento, dobbiamo auspicare la riforma della Legge 150: in questa direzione l’associazione PA Social, di cui faccio parte come membro del direttivo nazionale, ha già fatto molti passi in avanti portando il tema al centro del dibattito istituzionale e politico. Anche di questo si parlerà venerdì e sabato 16 e 17 settembre a Bergamo, in occasione dell’edizione 2022 degli Stati Generali della Nuova Comunicazione Pubblica, organizzati proprio da PA Social per l’ottavo anno consecutivo.

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