Era la fine di aprile del 2004 quando un network televisivo statunitense pubblicò un servizio sul carcere di Abu Ghraib, in Iraq. Le immagini testimoniavano le torture che avevano luogo nella prigione irachena nella parte della struttura gestita dalle forze militari statunitensi. Il caso sollevò una grande attenzione mediatica e condanne da ogni parte del mondo nei confronti dei reati commessi ai danni dei detenuti. Lo scandalo di Abu Ghraib minò la credibilità dell’esercito americano e della guerra al terrore lanciata dagli USA dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

La prigione di Abu Ghraib era il più grande campo di detenzione del paese ed era gestita per metà dal governo provvisorio iracheno e per metà dall’esercito americano. Vi erano imprigionati sospetti terroristi e guerriglieri. L’intervento in Iraq da parte della coalizione internazionale a guida americana era cominciato il 20 marzo 2003. Il regime di Saddam Hussein era stato accusato di sviluppare armi di distruzione di massa e di aver dato rifugio a fondamentalisti islamici affiliati ad Al Qaeda, l’organizzazione terroristica che aveva messo in atto gli attacchi del 2001 alle Torri Gemelle e al Pentagono. Le accuse al regime iracheno si rivelarono in seguito infondate. La coalizione conquistò comunque Baghdad in meno di due mesi e Saddam Hussein venne catturato nel dicembre del 2003 a Tikrit. Il Paese non era però pacificato: la popolazione era divisa e si moltiplicavano gli scontri e gli attentati. La guerra al terrorismo degli USA non era finita.

Abu Ghraib era stata svuotata nel 2002 per volere di Saddam. Il dittatore aveva fatto trasferire i prigionieri politici e aveva liberato il resto dei detenuti proclamando un’amnistia. La struttura era stata costruita negli anni Cinquanta da una società inglese in quello che allora era ancora chiamato Regno dell’Iraq. “Il posto dei corvi” – questo vuol dire il nome della prigione – si trova a una trentina di chilometri dalla capitale e nel 2001, al culmine della repressione, aveva ospitato circa 15mila persone. Era stato un luogo di torture ed esecuzioni, soprattutto nei confronti degli oppositori politici. Nei campi intorno alla struttura vennero ritrovate anche delle fosse comuni.

Le notizie sulle torture ad Abu Ghraib cominciarono a diffondersi nel novembre 2003. Associated Press pubblicò un reportage che riportava i racconti di torture e umiliazioni di due ex-prigionieri. L’esercito americano non era all’oscuro dei fatti: indagini interne sull’unità di sorveglianza erano state avviate e nel marzo 2004 17 soldati erano stati sospesi e sei accusati di violenze. Il caso esplose definitivamente il 28 aprile. Il programma 60 minutes della rete televisiva americana CBS mandò in onda un servizio che mostrava le foto che gli stessi soldati avevano scattato. Le immagini riprendevano sevizie fisiche e psicologiche. I prigionieri venivano incappucciati, collegati a cavi dell’elettricità, privati del sonno, spogliati, costretti a posizioni umilianti e a compiere atti di omosessualità. La fotografia di un uomo incappucciato, in piedi su una scatola e collegato a cavi elettrici divenne il simbolo delle torture. Le immagini fecero il giro del mondo e lo scandalo di Abu Ghraib esplose definitivamente.

Non vennero mai chiarite o esplicitate le motivazioni delle violenze. I militari statunitensi comparivano nelle fotografie nella parte degli aguzzini e con atteggiamento goliardico. Secondo il segretario della difesa Donald Rumsfeld, il quale in precedenza aveva approvato l’utilizzo delle maniere forti negli interrogatori e nella guerra al terrore, dichiarò che nel carcere iracheno non si erano compiute torture ma soltanto abusi di potere. Più in generale, l’amministrazione del presidente George W. Bush si sforzò di far passare le torture come dei casi isolati. Le organizzazioni umanitarie Croce Rossa, Amnesty International e Human Rights Watch smentirono il governo descrivendo le violenze come un piano esteso dei centri di detenzione americani all’estero. A detta di numerose deposizioni e testimonianze le torture erano state addirittura approvate dai vertici delle gerarchie militari.

Rumsfeld attraversò lo scandalo senza dimettersi. Il colonnello Thomas Pappas fu il militare più alto in grado a essere punito. Pappas era comandante della prigione, venne espulso dall’esercito e gli fu comminata una multa di ottomila dollari. Altre condanne, anche in carcere, colpirono i sottufficiali e i soldati complici degli abusi. Soprattutto vennero giudicati quelli ripresi nelle fotografie. Tra questi Sabrina Harman, condannata a sei mesi in carcere.

Nessun contractor privato o agente della CIA o dell’intelligence venne penalmente processato come nessun vertice militare venne mai indagato. Una società di contractor attiva nella prigione fu condannata a un risarcimento di 5,28 milioni di dollari nei confronti dei detenuti. Nessuno venne mai condannato per le morti in carcere. Il caso di Abu Ghraib scosse la comunità internazionale e minò fortemente la credibilità delle forze americane che in quel periodo operavano all’estero in situazioni analoghe in Afghanistan e nel carcere di Guantanamo.