Non è trascorso molto tempo dall’inizio della nuova fase di ostilità tra Israele e Hamas per notare le dichiarazioni di forte ed inequivocabile sostegno dell’Iran in favore dei miliziani palestinesi. Alcuni analisti già affermano che, dato l’alto livello di preparazione richiesto per imbastire simili operazioni, Hamas non può aver reperito in autonomia la totalità delle armi e degli equipaggiamenti necessari. Appare chiaro dunque il sostegno di Teheran in termini di rifornimenti militari. La situazione si sta ancora evolvendo, e prima di poter intravedere delle prospettive di evoluzione plausibili bisognerà aspettare altre ventiquattro o quarantotto ore.

Quello che è certo, indipendentemente da quanto sta accadendo, è che lo scenario mediorientale potrebbe subire forti cambiamenti; più negativi che positivi. In particolare occorre evidenziare quelli che sono i processi di stabilizzazione e di sconvolgimento degli equilibri, isolando i singoli attori in base alle tendenze da essi supportate. Su tale falsariga, guardando soprattutto agli ultimi anni, non possiamo non constatare il lento ma costante impegno di Israele e dei paesi arabi circostanti; tra i quali figurano Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi e Bahrein. Questo è avvenuto sia tramite gli Accordi di Abramo del 2020, siglati sotto l’egida dell’amministrazione Trump, sia mediante continui dialoghi e canali diplomatici aperti, come nel caso dell’Arabia Saudita. L’Iran non fa che aumentare la destabilizzazione dell’area. Lo ha fatto supportando la rivolta yemenita ai danni del governo internazionalmente riconosciuto e lo sta facendo di nuovo con Hamas. Essendo rivale sia di Israele sia del Regno saudita, Teheran vedrebbe un serio peggioramento della propria posizione geostrategica qualora i due paesi consolidassero in modo definitivo la loro intesa. Di converso, non potrebbe che ritenere conveniente l’arrivo di una caotica serie di accadimenti capaci di sconvolgere, o quantomeno congelare, la via della normalizzazione.

La possibile alleanza di Israele con Riyadh, unitamente alla performante presenza militare emiratina vicino alle proprie acque ed ai paesi del Golfo più amichevoli con Teheran, rappresenta uno dei massimi rischi per gli interessi iraniani. Per comprendere meglio questo aspetto possiamo analizzare i rapporti che l’Iran intrattiene coi vari paesi del Golfo. Occorre basare l’interpretazione di questi rapporti su tre variabili: confessionale, territoriale ed energetico-commerciale. In primo luogo, a livello confessionale, dobbiamo evidenziare il tema assai caldo della divisione tra sunniti e sciiti; avendo come riferimento il carattere maggioritario dei primi nell’universo islamico. La contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita scaturisce anche dall’adesione di Teheran al ruolo di guida dell’ala sciita, contro il paese centrale non solo per i sunniti ma per tutto l’Islam. Occorre infatti ricordare che il sovrano saudita è anche il cosiddetto “Custode delle due Sacre Moschee” di Medina e La Mecca.

L’elemento religioso spiega altresì i difficili rapporti col Bahrein, dove una dinastia regnante sunnita è chiamata a governare un paese a maggioranza sciita. Inoltre sempre la religione aiuta a spiegare le connessioni tra Iran ed il movimento Hezbollah di chiara ispirazione sciita; un movimento che dal Libano è ora in grado di minacciare le posizioni israeliane a settentrione. In secondo luogo vi sono delle contese territoriali che, ad esempio, interessano Emirati Arabi e Iran sin dal 1971; quando i britannici lasciarono Abu Dhabi ed iniziò la contesa sulle isole Tunb e Abu Musa a causa dell’occupazione iraniana.
A poca distanza si ha invece una più concreta cooperazione iraniana coi governi di Mascate e Doha; dettate anche dalla posizione strategica dello Stretto di Hormuz e dalla condivisioni di giacimenti ed infrastrutture energetiche. In questo contesto riusciranno i rivali di Teheran a costruire un efficace equilibrio di potenza per inibire il suo attivismo?

Leonardo Lucchesi

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