La sera del 9 novembre del 1989, un giovedì, iniziarono a filtrare le prime notizie da Berlino. All’epoca ero il caporedattore dell’Unità. Venne nel mio ufficio il capo del servizio Esteri, Nuccio Ciconte, e mi disse che il nostro corrispondente dalla Germania, Paolo Soldini,  aveva telefonato e aveva detto che era in corso una conferenza stampa, tenuta da un funzionario del governo, e che si annunciavano novità clamorose. Un’ora dopo si seppe che il governo della Germania comunista, seppure con alcune limitazioni, riapriva il varco tra le due Berlino, cioè tra la parte della città libera e quella controllata dal governo filosovietico. Quel varco era chiuso dal 1961, sbarrato da un muro. Fu come un segnale, quella dichiarazione del funzionario. Iniziò il finimondo. Durante la notte i giovani berlinesi abbatterono il muro a colpi di piccone. Era finito il comunismo. Così, improvvisamente e in modo pacifico. Nessuno se lo aspettava, anche se le riforme introdotte da Michail Gorbaciov, segretario del partito comunista sovietico, erano state clamorose e avevano iniziato ad aprire una prospettiva di libertà. Gorbaciov era alla testa del Pcus da poco più di tre anni e l’idea che si stava diffondendo, in Occidente, era che forse il socialismo era riformabile. E cioè che venivano smentite le teorie sulla irriformabilità affermate in modo perentorio dopo il 1968, quando i carrarmati russi avevano stroncato la primavera di Praga guidata dal comunista democratico Alexander Dubcek. Quella sera cadde il muro e nei mesi successivi si sgretolarono uno ad uno, e sempre senza violenze e scosse, tutti i regimi comunisti dell’Europa orientale: Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria, Polonia. L’unico paese teatro di violenze fu la Romania, dove i rivoltosi trucidarono il Presidente Nicola Ceaușescu e sua moglie. La Jugoslavia, che era fuori dall’orbita di Mosca, restò ai margini per un paio d’anni, quando iniziarono le secessioni e poi la guerra. La Russia restò formalmente comunista fino al 31 dicembre del 1991, ma ormai il destino era segnato. La teoria della irriformabilità del comunismo fu confermata: il comunismo non aveva retto alle riforme di Gorbaciov ed era crollato.

In Italia le conseguenze furono molto grandi. La caduta del muro fu un’ondata potente. L’Italia era il paese che aveva ospitato per mezzo secolo il più potente partito comunista d’Occidente, quello di Togliatti e Berlinguer, ma anche quello che teneva sotto la sua egemonia la letteratura, la poesia, il cinema, il teatro, e anche gran parte della filosofia, del diritto e delle scienze. Il partito comunista non era più un partito stalinista, aveva scelto la via riformista da parecchi anni, ma manteneva la suo interno delle spinte staliniste e autoritarie molto forti. Che facevano parte della sua weltanschauung, e anche della sua etica, della sua cultura. Quella sera, mentre rifacevo la prima pagina, venne nel mio ufficio uno dei più vecchi ed autorevoli giornalisti dell’Unità e mi sconsigliò di aprire il giornale a nove colonne su Berlino. Mi suggerì prudenza, disse che era meglio aprire ancora il giornale sulla politica italiana e dare in modo sobrio la notizia tedesca. «Domani – mi disse – sentiamo il partito e valutiamo meglio». Non gli diedi retta e con l’autorizzazione del direttore, che era Massimo D’Alema, aprimmo il giornale a tutta pagina e con un titolo gridato. Però il senso comune del partito era quello: prudenza. La Russia è la Russia, il comunismo è comunismo, e quel muro magari è anche criticabile, ma comunque sta lì a garantire la saldezza del marxismo. Dal 9 novembre, giusto 72 anni e due giorni dopo la rivoluzione di Ottobre e la presa, da parte di Lenin, del Palazzo d’Inverno, il Pci restò senza comunismo. Neanche un mese dopo quell’avvenimento il suo segretario, Achille Occhetto, annunciò che il partito cambiava nome. E il vecchio stalinismo, dove finiva? I ritratti di Stalin ancora campeggiavano in qualche sezione. Per esempio nella mitica sezione Ponte Milvio di Roma, che era la sezione di Berlinguer ed era stata uno dei fortini della Resistenza romana nel ‘43 e nel ‘44. Da quel giorno Stalin cambiò faccia. Lo stalinismo si riciclò. Come? Divenne giustizialismo. Guardate che non c’è una enorme distanza tra stalinismo e giustizialismo. L’idea di fondo è quella: che gli avversari politici vadano annientati, e che questa operazione possa avvenire solo con una azione di forza, non con la democrazia. Lo stalinismo è sempre stato questo. Anche se ormai non si sperava più nell’armata rossa e nell’invincibile baffone, l’idea restava quella lì: la ricerca del comunismo, e del potere, attraverso un colpo di mano, o un colpo di scena, e usando forse diverse dalle proprie.

Cos’era (cos’è) il giustizialismo? La scelta di affidare alla magistratura la lotta contro gli avversari. Il comunismo – dicevamo – finisce ufficialmente il 31 dicembre del 1991 con lo scioglimento del partito comunista sovietico. Tre settimane dopo, a Milano, viene arrestato un certo Mario Chiesa, funzionario di seconda fila del Psi, e scoppia il caso Tangentopoli. Solo tre settimane dopo la fine del comunismo. È da quel momento che il giustizialismo diventa una categoria fondamentale nella lotta politica. Le divisioni, i conflitti, non sono più di classe. La sinistra decide che deve autoriformarsi, ma non riesce a vedere bene qual è stato il suo limite. Il suo limite è stato in tutti questi anni quello di avere un concetto molto ristretto di libertà. Di avere sempre considerato la libertà una variabile dipendente del proprio progetto. Dopo la caduta del muro invece la sinistra decide di ridimensionare la sua idea di uguaglianza ma di accentuare, anziché frenare la sua spinta illiberale. Nasce così il partito filo giudici, e poi l’appoggio al partito dei Pm, la delega alle Procure. Nasce così il girotondismo. Nasce anche il travaglismo e nascono i 5 Stelle, che sono la fusione tra la spinta giustizialista della sinistra e il tradizionale autoritarismo della destra non liberale.

Vedete: cadono ancora, cadono su di noi le macerie del muro. Fanno ancora male.