Se Luisella Costamagna dovesse arrivare alla conduzione di Agorà, come si legge in queste ore senza alcuna smentita, non sarebbe la prima volta che ci prova ad avere un programma tutto suo. Il primo tentativo lo fece nel 2012 con Robinson, in prima serata sempre su Raitre. Durò meno di tre mesi (anche se lo volevano chiudere dopo solo qualche settimana talmente andava male) e partì malissimo. Nella prima puntata, l’ospite più attesa era Mara Carfagna e Costamagna pensava di metterla in difficoltà con domande sugli scandali sessuali di Silvio Berlusconi, insinuando un rapporto speciale tra i due. Allora era di moda far finta di sparare sul capo, colpendo sempre e comunque le donne. Ma Carfagna non si fece intimorire e rispose per le rime: disse che non pensava di essere lì per parlare di gossip, anche perché la stessa conduttrice era stata vittima dei pettegolezzi a proposito del rapporto tra lei e Michele Santoro con cui aveva iniziato, quindi da lei si sarebbe aspettata ben altra impostazione dell’intervista.

A quel punto Costamagna, che non si aspettava una reazione così decisa e attenta ai diritti, entrò nel panico e non riuscì più a riprendersi. Lei che era considerata una icona della sinistra (quante e quanti ne abbiamo visti…) veniva messa in un angolo sui temi delle donne e dei pregiudizi nei loro confronti da parte dell’ex ministra di Forza Italia. Luisella: colpita e affondata. Da quel momento Costamagna andò avanti senza ascolti e con molte critiche, fino a scomparire da viale Mazzini. Poi la conversione sulla via di Damasco per diventare la Giovanna d’Arco del verbo Cinque stelle. In attesa che vada a sguainare la spada a Raitre la si può leggere sul Fatto Quotidiano, a fil di manette e di odio contro chiunque non faccia parte dell’entourage di Rocco Casalino che dicono sia il suo principale sponsor. Andati al potere contro le cosiddette spartizioni, aizzate le folle contro i partiti e le lottizzazioni, ora i Cinque stelle si stanno rivelando non come gli altri, ma molto peggio degli altri: desiderosi di impossessarsi del potere e di gestirlo senza mediazioni e senza alcun accorgimento. Per esempio stando attenti a fare scelte che siano consone con l’azienda pubblica.

Agorà, dopo anni dell’ottima conduzione di Serena Bortone, rischia di cadere nella trappola della partigianeria, delle urla, delle crociate in nome di una idea di politica basata quasi esclusivamente sulle manette. Giustamente il Pd ha protestato minacciando, se dovessero essere confermati i rumors, di non partecipare in futuro alla trasmissione. Ma più del singolo partito, per quanto importante, dovremmo protestare noi spettatori, perché alla conduzione di un programma che segue così da vicino la vita politica del Paese dobbiamo pretendere qualcuno di meno schierato e più avvezzo al confronto. I torquemada vanno forse bene negli studi tv come ospiti per fare ascolti, ma se l’obiettivo è informare, mettere a confronto pareri diversi, dare una rappresentazione complessiva dei problemi, allora non ci siamo. La Rai ha tante risorse interne, tra le quali la conduttrice della versione estiva di Agorà, la giornalista del Tg3 Monica Giandotti. Perché non pensare a lei o altri giornalisti della tv pubblica, meno abituati a fare le crociate, ma molto più capaci? Ma queste sono vecchie idee, non più in voga nella Repubblica a Cinque stelle.