Le installazioni di ristoranti e pizzerie in via Caracciolo devastate, gli stabilimenti balneari in via Partenope danneggiati, il muro tra le scale di via Chiatamone e il centro congressi della Federico II sbriciolato in pochi secondi: la mareggiata di lunedì sera ha inflitto l’ennesimo colpo a Napoli e ai napoletani. A ben vedere, però, le raffiche di libeccio e le onde hanno travolto non solo i tavolini sul lungomare, ma anche il modello economico e la strategia amministrativa sui quali si sono rette le sorti della città negli ultimi anni.

La devastazione provocata dalle mareggiate, infatti, ha un forte valore simbolico. È la rappresentazione più efficace di un decennio inaugurato dalla “liberazione” del lungomare, segno del recupero di un pezzo di città sul quale si è basata gran parte della retorica del sindaco Luigi de Magistris. La pedonalizzazione di via Partenope ha alimentato la prospettiva di una città gaudente, illuminata dal sole e accarezzata dal mare, luogo ideale per il flaneur di turno ma anche buen retiro per milioni di turisti provenienti da ogni parte del mondo. La furia delle onde ha spazzato via quell’idea di Napoli che Marco Demarco ha giustamente definito “dadaista”, cioè tendente alla stravaganza e al godimento spensierato e caratterizzata da una lentezza destinata a sfociare immancabilmente nell’indolenza. In questo contesto è nato e ha prosperato per lungo tempo un modello economico basato soprattutto sull’accoglienza turistica e capace di alimentare un ricco indotto fatto di baretti e ristoranti. Di tutto ciò, adesso, rimangono soltanto le macerie lasciate prima dall’emergenza sanitaria e dalle conseguenti restrizioni alla mobilità, che hanno penalizzato il turismo più di ogni altro settore, e poi dalle mareggiate, che hanno fatto lievitare ulteriormente l’ammontare dei danni patiti dagli esercenti in questo tremendo 2020.

Oltre a demolire un modello economico, le raffiche di libeccio hanno portato alla luce – qualora ce ne fosse stato bisogno – l’inadeguatezza della strategia con la quale Napoli è stata amministrata per dieci anni. De Magistris e compagni hanno puntato all’utilità immediata, cioè a restituire l’immagine di una città prospera e accogliente da sfruttare a fini elettorali. Nessuno, però, ha pensato alla protezione del litorale, come se il mare fosse solo uno degli immancabili elementi delle cartoline di Napoli e non anche il potenziale responsabile di tragedie epocali. In altre parole, si è preferito sperperare milioni e milioni di euro per proteggere le imbarcazioni private in occasione dell’America’s Cup e non investire nella “ordinaria manutenzione del bello” che, se è vero che ogni euro speso per il restyling di un immobile ne genera altri tre, rappresenta un fondamentale volano di sviluppo. Perciò, adesso, a Napoli serve un nuovo modello economico e amministrativo che faccia della concretezza e della lungimiranza – dunque non del populismo e della demagogia – la sua cifra.