Se i sintomi più comuni dell’infezione da Covid-19 sono ormai noti, dalla febbre alla tosse, dalla perdita di gusto e olfatto ai problemi muscolari, ve ne sono altri che lo sono meno, ma che col tempo hanno visto aumentare sempre più le segnalazioni tra chi è risultato positivo al Coronavirus.

Parliamo di alcune manifestazioni a livello cutaneo, i cosiddetti rash, che nelle prime fasi del contagio non erano stati associati direttamente al Covid-19, la malattia provocata dal Coronavirus.

Studi in questo senso si sono fatti col passare dei mesi sempre più diffusi, nel numero e nella casistica presa in considerazione da ognuno di essi.

LO STUDIO ITALIANO – Uno degli ultimi, citato da Fondazione Veronesi, è quello italiano pubblicato sul Journal of the American Academy of Dermatology. Sei le “spie” della malattia rilevabili sulla superficie del nostro corpo: “Si tratta dell’orticaria, di un’eruzione simile a quella che si rileva nel morbillo, di una reazione pressoché analoga a quella rilevabile nei casi di varicella, della comparsa di lesioni accostabili ai geloni, di una ecchimosi da trauma (livedo reticularis) caratterizzata dalla presenza di sangue sotto la cute e di una vasculite, con la possibile comparsa di ulcere sugli arti inferiori”.

Nello studio ‘italiano’ osservando 200 pazienti curati in 21 ospedali del Paese, i dermatologi sono giunti alla conclusione che i rilievi sulla pelle erano una diretta conseguenza della malattia. In media la durata del rash cutaneo è stata di 12 giorni, con i geloni arrivati a superare le tre settimane. Lo studio italiano ha invece smentito l’ipotesi di una corrispondenza tra la gravità delle lesioni e quella della polmonite interstiziale. “Non sembra esserci alcuna correlazione diretta tra la gravità della manifestazione cutanea e quella della malattia da Sars-CoV-2 – spiega a Fondazione Veronesi Angelo Valerio Marzano, direttore della scuola di specializzazione in dermatologia e venereologia dell’Università degli Studi di Milano -. Piuttosto, una correlazione esiste tra aumento dell’età e aumento della gravità della malattia”.

LA MIS-C NEGLI STATI UNITI – Negli Stati Uniti invece un gruppo di medici del Children’s Hospital di Philadelphia e della Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania, in un report pubblicato su Open Forum Infectious Diseases, ha inserito tra i possibili segni del contagio una rara condizione di iperinfiammazione correlata al Covid-19, chiamata MIS-C.

I rash cutanei, che si manifestano nei bambini, fanno comparire macchie delle dimensioni di monete da 1 o 5 centesimi in particolare sulle gambe manifestandosi come vasculite, ovvero tramite l’infiammazione dei vasi sanguigni.

La diagnosi di questa malattia, rara e documentata per la prima volta nell’aprile 2020, non è facile: inizialmente confusa con sindrome di Kawasaki, molti dei suoi sintomi sono simili anche alle comuni infezioni infantili.

Analizzando 200 diversi parametri immunitari nei campioni di sangue dei pazienti con MIS-C e confrontandoli con quelli di adulti guariti dal Covid-19, è emerso che i bambini presentavano quasi sempre anticorpi contro il Covid-19, a differenza dei pazienti adulti. È probabile dunque che la MIS-C sia un evento ritardato rispetto all’infezione: gli anticorpi infatti si sviluppano dopo diverso tempo rispetto all’esordio dei sintomi.

LE ORIGINI DELL’INSORGENZA – Quello che ad oggi non è chiaro è invece il perché dell’insorgenza di tali manifestazioni cutanee. Una delle ipotesi formulate, ma ancora non dimostrata, è legata alla tempesta citochinica: sarebbe infatti la sovrapproduzione di interferoni di tipo I a contribuire a sconfiggere il Coronavirus ma a causare contemporaneamente un aumento dei livelli di infiammazione nei vasi sanguigni.

Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.