"Accompagnare le PMI in un percorso di crescita dimensionale"
Made in Italy, Bergamotto: “Competitività e sicurezza economica sono sempre più connesse”
La sottosegretaria al Mimit indica innovazione, diversificazione dei mercati e autonomia strategica come priorità per il sistema produttivo. Dall’obiettivo dei 700 miliardi di export entro il 2027 al sostegno alle PMI, fino alla Blue Economy e all’attrazione degli investimenti esteri
«La chiave per il futuro è preservare e rafforzare la competitività delle eccellenze italiane». Fausta Bergamotto, sottosegretaria al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, delinea una strategia fondata su innovazione, competenze, filiere strategiche e apertura verso nuovi mercati internazionali. In uno scenario segnato da tensioni geopolitiche, dazi e nuove dipendenze industriali, la priorità è accompagnare le imprese nella crescita, sostenere ricerca e digitalizzazione e rendere l’Italia sempre più attrattiva per gli investimenti capaci di generare occupazione qualificata e sviluppo duraturo.
Il Made in Italy resta uno dei motori dell’economia italiana. Quali sono le priorità per rafforzarne la competitività?
«In un contesto globale segnato da profonde trasformazioni degli equilibri geopolitici e commerciali, il Made in Italy continua a dimostrare una straordinaria capacità competitiva. L’Italia affianca oggi il Giappone come quarto grande esportatore mondiale ed è il secondo Paese manifatturiero in Europa. Questa performance discende da un sistema produttivo unico per diversificazione, qualità e capacità di adattamento. La chiave per il futuro è investire sui fattori in grado di preservare e rafforzare la competitività delle eccellenze italiane, attraverso un’azione combinata sia all’interno sia all’esterno del nostro sistema produttivo: incremento dell’innovazione, sviluppo delle competenze, valorizzazione delle filiere strategiche del Made in Italy, comprese quelle emergenti, conquista dell’autonomia strategica ed energetica e apertura a nuovi mercati internazionali».
Quali strumenti sta mettendo in campo il Governo contro tensioni geopolitiche, dazi e concorrenza internazionale?
«Nell’attuale scenario, competitività e sicurezza economica sono sempre più connesse. Per tale ragione, il Governo mira anzitutto a ridurre le dipendenze strategiche esterne, diversificando sia i mercati di sbocco sia le catene di approvvigionamento. Non a caso, il Piano Export lanciato nel 2025 dalla Farnesina guarda ai mercati extraeuropei ad alto potenziale per raggiungere il traguardo dei 700 miliardi di export entro il 2027. Sul fronte della sicurezza degli approvvigionamenti, l’Italia è stata tra gli Stati promotori di una strategia europea orientata alla riduzione delle dipendenze strategiche nelle materie prime critiche, nei semiconduttori, nell’energia e nelle tecnologie avanzate. Sul piano nazionale ha intrapreso azioni concrete, dall’istituzione del Fondo Nazionale del Made in Italy all’adozione di un quadro normativo organico in materia di approvvigionamento di materie prime critiche, in linea con il Critical Raw Materials Act europeo. A ciò si aggiunge l’impegno per la realizzazione di un sistema nazionale ed europeo di stoccaggio delle materie prime critiche, nonché la ricerca di nuovi partner attraverso specifici accordi di cooperazione».
Quali mercati offrono le maggiori opportunità e come vengono accompagnate le PMI all’estero?
«Oltre ai mercati tradizionali dell’Unione europea e degli Stati Uniti, emergono opportunità significative in India, nei Paesi ASEAN, nel Golfo, in Africa, nel Mercosur e nei Balcani occidentali. In questo quadro, il Governo ha costruito una collaborazione stabile tra i Ministeri interessati e tutti gli attori del Sistema Italia, mettendo a sistema ICE, SACE, SIMEST, CDP, Invitalia, sistema camerale e Regioni. L’obiettivo è accompagnare le imprese lungo tutto il percorso di crescita internazionale, creando le necessarie sinergie tra promozione commerciale, strumenti finanziari e politica industriale».
Quali misure possono favorire ricerca, digitalizzazione e nuove competenze?
«Tra i limiti strutturali che l’Italia deve affrontare vi sono la bassa intensità degli investimenti in ricerca e sviluppo, la difficoltà nel trasferire l’innovazione dal mondo della ricerca al sistema produttivo e il persistente mismatch tra domanda e offerta di competenze. Per colmare questo divario sono particolarmente rilevanti misure come Transizione 5.0 e le sue evoluzioni, che incentivano l’adozione di tecnologie digitali e sostenibili nei processi produttivi, il rafforzamento degli strumenti di trasferimento tecnologico, come i Competence Center, e la collaborazione tra università, centri di ricerca e imprese. Altrettanto decisivo è il tema delle competenze. La diffusione delle tecnologie richiede nuove figure professionali e l’aggiornamento di quelle esistenti. In questa prospettiva, il rafforzamento degli ITS Academy, della formazione tecnico-scientifica e dei percorsi di collaborazione tra scuola e impresa rappresenta una delle leve più efficaci».
Su quali interventi si concentra il Ministero per sostenere la crescita delle PMI?
«Le PMI rappresentano il cuore pulsante del Made in Italy. Per rafforzarne la competitività operano misure di incentivo dedicate, come il Fondo di Garanzia per le PMI, la Nuova Sabatini e Investimenti Sostenibili 4.0. In questo contesto abbiamo, però, anche inteso recuperare l’intuizione dello Statuto delle imprese del 2011, cui nessun Governo precedente aveva dato seguito, adottando la prima legge annuale per le PMI e intervenendo su alcuni nodi storici del nostro sistema produttivo: aggregazione tra imprese, accesso al credito, ricambio generazionale e avvio del riordino di ambiti chiave come artigianato, centrali consortili, confidi, startup e PMI innovative. L’obiettivo è accompagnare le PMI in un percorso di crescita dimensionale, innovazione e internazionalizzazione, superando quei limiti strutturali che troppo spesso ne frenano il potenziale. Parallelamente, siamo impegnati anche in Europa per ridurre gli oneri regolatori e creare condizioni più favorevoli agli investimenti».
Quale ruolo può avere la Blue Economy nello sviluppo industriale italiano?
«La Blue Economy rappresenta una leva strategica per lo sviluppo industriale del Paese. Grazie alla sua posizione nel Mediterraneo, l’Italia può valorizzare un ecosistema che integra manifattura, logistica, energia, ricerca e innovazione. Tra le filiere più rilevanti figurano la cantieristica e la nautica, settori di eccellenza riconosciuti a livello internazionale, insieme alla portualità, alla logistica integrata e alle nuove opportunità offerte dall’energia offshore. Un ruolo crescente sarà inoltre svolto dall’economia subacquea, che comprende tecnologie avanzate per il monitoraggio dei fondali, le infrastrutture sottomarine e la protezione delle reti strategiche».
Cosa serve per rendere l’Italia ancora più attrattiva per gli investitori?
«L’attrazione degli investimenti esteri è uno dei pilastri della strategia italiana per la crescita. I risultati ottenuti negli ultimi anni dimostrano che, quando l’Italia si presenta con una regia unitaria e strumenti efficaci di accompagnamento, è in grado di competere con successo a livello internazionale. In un contesto in cui nel 2024 gli investimenti diretti esteri sono diminuiti a livello globale ed europeo, l’Italia si è affermata tra le principali destinazioni dell’Eurozona, attirando circa 35 miliardi di euro di investimenti nel 2024 e oltre 60 miliardi nel 2025. Un risultato sostenuto dall’azione coordinata del CAIE, della relativa Segreteria Tecnica, dell’Unità di Missione istituita presso il Mimit, di ICE e della rete diplomatica italiana. Le progettualità monitorate mostrano la solidità di questo modello, con numerosi progetti relativi ad attività ad alto contenuto di ricerca e sviluppo e con un significativo contributo del Mezzogiorno. Per rendere l’Italia ancora più attrattiva occorre ora consolidare questi risultati attraverso la semplificazione delle procedure, la certezza normativa e la valorizzazione dell’offerta territoriale, con l’obiettivo di attrarre investimenti che non solo apportino capitali, ma generino innovazione, occupazione qualificata e crescita duratura».
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