Tutti ringraziano Mattarella. Di averli messi di fronte al fatto che non va tutto così bene come si dice. Che dietro il successo di alcuni numeri sempre al centro della narrazione di governo, ce ne sono altri che raccontano di un paese che sta assai meno bene di come si vorrebbe far credere.

Tutti, da Giorgia Meloni, che lo chiama e ci parla domenica sera subito dopo la diretta a reti unificate dal Quirinale, a Elly Schlein, tutti i ministri e tanti parlamentari, da destra e da sinistra, plaudono alle parole che Sergio Mattarella ha voluto scegliere per il tradizionale saluto di fine anno agli italiani e alle italiane.

E però è sembrata un po’ quella scena indimenticabile quando Giorgio Napolitano accettò, perché costretto, il secondo incarico al Colle e nel discorso di insediamento accusò il Parlamento di essere irresponsabile e impotente. Era il 22 aprile 2013. Quel giorno l’aula applaudì più volte spellandosi le mani. Il 31 dicembre 2023 Sergio Mattarella ha scelto parole altrettanto dure e molto severe verso la gestione della cosa pubblica e il funzionamento dello Stato. Anche oggi il Parlamento e il governo applaudono. Citando Moretti verrebbe quasi da dire che si è alzata sul chiasso dei nostri giorni una voce autorevole che ha saputo dire in modo chiaro qualcosa di giusto e serio. Per qualcuno, qualcosa di sinistra.

Ecco quindi il Paese reale raccontato dall’“arbitro” in sedici straordinari minuti. Sono tempi di “angoscia” certamente per le guerre nel pianeta, ma anche per le “violenze” che crescono, per i diritti che ancora mancano, per i malati che non sono curati adeguatamente, per i giovani “disorientati ed inascoltati”, per gli anziani scarsamente assistiti, per il lavoro “sottopagato”, per i troppi femminicidi ed anche per i tanti che eludono le tasse e quasi se ne vantano invece di essere “orgogliosi” di contribuire allo sviluppo del Paese.

Mattarella punta il dito sulla sanità dove “i tempi delle liste d’attesa sono inaccettabilmente lunghi”, sul diritto allo studio quando dice che “i costi degli alloggi universitari sono improponibili”, sul lavoro “che manca pur in presenza di un significativo aumento dell’occupazione e quello sottopagato, non in linea con le proprie aspettative e gli studi fatti, svolto in condizioni inique e con scarsa sicurezza con tante inammissibili vittime”. Accusa, Mattarella, le “immani differenze di retribuzione tra pochi superprivilegiati e tanti che vivono nel disagio”. E prova a dare voce ai giovani che “si sentono fuori posto, disorientati se non estranei ad un mondo che non possono comprendere e di cui non condividono andamento e comportamenti”.

In realtà il discorso agli italiani inizia dalle guerre, “le devastazioni che vediamo nell’Ucraina invasa dalla Russia per sottometterla e annetterla” e “l’orribile ferocia terroristica del 7 ottobre di Hamas contro centinaia di inermi, bambini, donne, uomini e anziani d’Israele”. Prende spunto dall’ “angoscia” per quella guerra mondiale “a pezzi” che è una felice intuizione lessicale di papa Francesco. Il Capo dello Stato è molto netto quando parla di Ucraina (“invasa dalla Russia per sottometterla e annetterla”) e trova grande equilibrio nel condannare le atrocità di Hamas e la reazione di Israele che “provoca migliaia di vittime civili”. Detto questo, quello che serve adesso è “fare spazio alla cultura della pace” che non è “astratto buonismo” ma “urgente e concreto esercizio di realismo”.

C’è un filo rosso che lega tutto l’intervento, dalle guerre alla politica: l’aumento della violenza. Quella “più odiosa” è quella contro le donne e fanno emozionare le parole dedicate ai più giovani: “L’amore non è egoismo, possesso, dominio, malinteso orgoglio. L’amore – quello vero – è ben più che rispetto: è dono, gratuità, sensibilità”. Che società è quella che non sa insegnare l’amore ai propri figli? Aumenta anche la violenza più politica per cui c’è la “pessima tendenza di identificare gli avversari in nemici contro i quali praticare forme di aggressività con accuse gravi e infondate, spesso, travolgendo il confine che separa il vero dal falso”.

Chi si aspettava riferimenti ai dossier più attuali – Mes, nuovo Patto di stabilità, legge di bilancio appena approvata con tutte le sue incognite, le riforme costituzionali – è rimasto una volta di più deluso. Mattarella è arbitrio e non giocatore.

Ma tutto l’intervento poggia sulla nostra Costituzione e sui suoi “pilastri irrinunciabili”: i diritti e la dignità che “sono precedenti la nascita dello Stato” tanto che i costituenti hanno usato il verbo “riconoscere”. Diritti e quindi “capacità di ascolto” di anziani, giovani, malati, studenti, le famiglie, migranti. Ascoltare è la medicina che dà gli anticorpi necessari contro la “cultura dello scarto”.

Ci si chiede (Osvaldo Napoli, Azione), se e quando la riforma sarà attuata, se il Capo dello Stato avrà ancora lo spazio e l’autorevolezza di pronunciare discorsi così potenti. E severi.

 

Redazione

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