Politica
Meglio salvare le capre della giustizia e i cavoli della politica
Mentirei spudoratamente se dicessi che sono dispiaciuto per la decisione della Rai di sollevare Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report. Non stimo il giornalista e considero la rubrica – sotto la sua direzione – la cloaca dell’informazione televisiva, perché la sua mission è quella di individuare un avversario e trovare (magari inventandoseli) gli argomenti per sottoporlo, con odio, ad un’implacabile gogna mediatica, spesso come anticamera delle procure di turno. Quanti affermano che Ranucci è stato sostituito in vista delle elezioni, ammettono indirettamente che la rubrica lavorava apertamente a favore dell’opposizione.
Ma che Ranucci abbia esercitato il suo cattivo giornalismo – in particolare nei confronti della destra – mi importa fino ad un certo punto. Le mie critiche rispondono all’esigenza di difendere la libertà di stampa per me e per i miei nipoti, restituendo trasparenza, imparzialità ed onestà all’informazione. Tutto ciò premesso, critico la decisione della Rai, perché, a mio avviso, finirà per fare il gioco di Sigfrido e per creare problemi e difficoltà all’obiettivo di sostituirlo, che è anche il mio. La Rai ha sbagliato i tempi rispetto all’evoluzione che avrà – come io credo – l’indagine sulle bombe “a fin di bene”. Oggi, Ranucci è ufficialmente la “vittima”, magari un po’ pirla, di un attentato dinamitardo. Abilmente i suoi legali hanno chiesto quali siano i motivi della sostituzione, ben consapevoli che in caso di ricorso in giudizio, non mancheranno i giudici pronti a dargli ragione. Così, oltre la protesta dei giornalisti di Report (qualcuno ha notato che sono 60?), al can-can sui social e nel dibattito politico, è molto probabile un annullamento dell’ordine di servizio che lascerà in braghe di tela i due giornalisti (bravi professionisti incolpevoli) chiamati a condurre Report.
La sentenza in sede civile – magari preceduta da una misura di emergenza in attesa del giudizio finale – piomberà sull’indagine penale come un litro di bromuro. Chi segue il caso avrà notato che, connesso all’obiettivo di scoprire i colpevoli dell’attentato, ve ne è un altro a cui tengono tutti, a partire dalla procura: preservare il conduttore da ogni corresponsabilità di carattere penale. Continuare a ribadire che Ranucci “non sapeva” è ridicolo. Man mano che passa il tempo emergono elementi a favore della tesi che Ranucci non poteva non sapere. È la sola ricostruzione logica. Come avrebbe potuto Lavitola (nei suoi confronti non c’è una parola di critica da parte del commensale) organizzare un attentato dimostrativo, senza concordarne con l’amico i tempi e i modi, per non rischiare di ammazzare qualcuno: lo stesso Sigfrido o un suo familiare?
Per dare corso al mandato di “non fare male a nessuno” – sia pure nel contesto di una messa in scena – era necessario organizzare l’incolumità delle persone, che, quando si adopera dell’esplosivo, non poteva essere assicurata solo dalle buone intenzioni. Era necessario concordare delle modalità, degli orari e avvertire le persone di girare al largo dalla villetta (perché non sentire i familiari di Ranucci?). È questa una verità che viene tuttora offuscata, ma che sarebbe emersa prima o poi, perché le versioni diverse non reggono alla prova dei fatti.
La mossa intempestiva della Rai e le reazioni suscitate pongono a tutti una domanda. Se la sentirà la procura di Roma di smentire – con ulteriori prove – la santificazione a cui è sottoposto Ranucci, rischiando di apparire di fronte ad un’opinione pubblica invasata e settaria come complice di un arbitrio a favore del governo? Meglio salvare le capre della giustizia (mandando in galera il mandante reo confesso e gli esecutori) e i cavoli della politica (lasciando Ranucci sul suo piedistallo).
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